Ci siamo conosciuti al liceo J. F. Kennedy a Roma. Eravamo compagni di classe. Cominciò tutto con le classiche uscite pomeridiane: un gelato, il cinema e il calcetto. Spesso ci vedevamo il pomeriggio a casa mia. Quando i miei amici dicevano ai genitori che sarebbero venuti da me a studiare la risposta era sempre la stessa: “Ma quale studio, andate da Davide a giocare con la PlayStation”. Anche la prima festa fu a casa mia. In maschera.

Eravamo e siamo tutt’ora molto diversi, ma forse è questo a rendere speciale il nostro gruppo. Sapevamo e sappiamo sempre cosa passa per la testa di ognuno di noi.  Spesso basta uno sguardo.

Questo diario è stato scritto e pensato come un gioco, un passatempo; ora sarà anche un qualcosa capace di rievocare gli straordinari momenti passati insieme. Attimi in cui eravamo estraniati dal mondo reale, attimi in cui perdevamo la cognizione del tempo, istanti in cui eravamo da soli con noi stessi, ma sempre circondati da amici, veri, sinceri, totali.

Ogni volta che rileggo queste pagine e davanti agli occhi scorrono gli eventi, non posso non pensare, anzi, non riesco a dubitare neanche per un istante di una cosa forse banale, ma sacrosanta: se avessi fatto questo con qualcun’altro, non sarebbe stata la stessa cosa.

Non è possibile raccontare le emozioni, si possono solo vivere e, con un pizzico di fortuna, trasmettere.

Mi sembra appropriata una frase di Liuti: “Sono passati tanti anni, ho conosciuto tanta gente e fatto molte cose, ma ancora non ho trovato nessuno che mi faccia star bene come voi”.