240

Giorno 5
Uno dei risvegli più traumatici della mia vita. Avevamo dormito poco e male; inumiditi come eravamo, il freddo era sta­to un grosso problema; la pioggia ticchettò tutta la notte sul tet­to di Rorbu e a questo si univa un pensiero fisso: e ora cosa ci inventiamo?

Non pioveva e questa era la migliore notizia. A tratti si scorgevano anche timidi raggi di sole.

«Ragazzi, c’è una sola possibilità per salvare il salvabile: ac­campiamoci. Nulla e nessuno verrà abbandonato, neanche la verandina».

Detto fatto: montammo la tenda, lasciando aperta l’entrata così da farla asciugare al vento; stendemmo il copritenda e la ve­randina sul prato ormai asciutto; appendemmo alle portiere del Ducato felpe, jeans e qualsiasi cosa fosse da asciugare; infine di­sponemmo in fila tutte le scarpe ancora fradice. Uno spettacolo.

Il morale era alto. Liuti cazzeggiava con un calzino bagnato improvvisandosi fromboliere a caccia; Vincent componeva la nostra personalissima versione del Gioca-jouer: phonare, strizza­re, diluvio… Io inventavo assurdi film come BRACCATI DALL’URAGANO. Un film di Augusto Maltempo.

Per noi il bicchiere era sempre mezzo pieno, quando siamo insieme nulla può sconvolgerci. Quando Trancio prese il caffè bollente e se lo rovesciò addosso, tra le risate generali, non si scompose.

«Beh, almeno mi scaldo».

Tornammo nei bagni e ricominciammo il duro lavoro a colpi di phon. I sacchi a pelo, le coperte, i giubbotti, tutto era ancora umido. Il mio sacco a pelo invernale poi, continuava per­sino a sgocciolare.

Il programma originale prevedeva partenza prima di mez­zogiorno e arrivo a Oslo in serata. Verso l’una iniziammo a cu­cinare il pranzo: risotto ai funghi.

Alle due e mezza iniziò a piovere. Infilammo tutto quanto ci sembrasse di nostra proprietà dentro Rorbu e partimmo alla volta della Svezia. Un quarto d’ora dopo eravamo fermi sulla corsia d’emergenza del raccordo di Copenaghen. Si era accesa la spia dell’acqua e la temperatura era schizzata alle stelle. «Ragaz­zi, perdiamo acqua».

«Quindi Goush, quella che avevamo visto l’altro giorno dalle portiere era l’acqua del raffreddamento? E come c’era fini­ta là?».

«Ah, boh. Non ne ho idea, ma ora siamo a secco. Passatemi una bottiglia d’acqua. Lasciamolo riposare cinque minuti e rab­bocchiamolo».

«Dobbiamo fuggire il prima possibile da questo paese sfi­gato».

«Parole sante, Vincent».

Risalimmo in macchina e imboccammo la E20. Passato il ponte di collegamento tra la Danimarca e la Svezia, bastò per­correre pochi chilometri verso nord per avere una prima iniezio­ne di fiducia.

Innanzi tutto la Svezia ci accolse con il sole. E Ikea. L’im­mancabile scatolone blu e giallo fu la prima cosa avvistata in Scandinavia; troneggiava nel verde paesaggio appena passato il ponte.

Via le nuvole, via la pioggia; avevamo visto il sole l’ultima volta la mattina a Merano. Ci fermammo alla prima piazzola e ci gustammo il tepore di metà pomeriggio.

«Ragazzi, finalmente possiamo dare un senso agli occhiali da sole. Chi trova Sole non lo lascia più».

«Hai ragione Vincent, bisogna mettersi tutti gli occhiali da sole».

Oltre al tempo anche il paesaggio era cambiato. Dalle au­tostrade tedesche eravamo passati a quelle danesi, circondate da pale eoliche. Ora in Svezia l’unica cosa che avevamo attorno erano boschi. Foreste a perdita d’occhio. Non più anonime pia­nure, ma colline, boschi, cervi. Sì, vedemmo anche un paio di cervi starsene a poche decine di metri dall’autostrada.

Ripartimmo, sempre con i sacchi a pelo tenuti a penzoloni fuori dai finestrini. Il mio, rivoltato con l’interno di lana pesante tenuto esterno, era stato ribattezzato “il montone”. Furono molti gli automobilisti incuriositi o spaventati da questa visione. Superare un furgone, con quattro disperati a bordo e dei sacchi a pelo appesi fuori dai finestrini liberi di svolazzare, ha il suo im­patto sulla rigorosa psiche nordica.

Dove ci saremmo fermati la sera? Di sicuro non saremmo arrivati a Oslo, così iniziammo a studiare la cartina alla ricerca di un centro abitato degno della nostra illustre presenza.

Fu scelto Grebbestad, a pochi chilometri dalla E06 e dal confine Norvegese. Il paese in riva al mare ci permise di pren­dere contatto con i fiordi. Sembrava il paradiso. La sera cenam­mo in spiaggia, godendoci il tramonto e i biscotti caserecci comprati lungo la strada.

La Scandinavia è la patria del campeggio libero. Nel giretto serale ci colpirono molto i bagni e le docce pubbliche a pochi metri dalla spiaggia. Pulitissimi.

Subito restammo incastrati in bizzarre conoscenze. Ferma­ti per quattro chiacchiere da un pittoresco lupo di mare locale, presto scoprimmo il suo lato maniaco e lo sorprendemmo a spiare lo spogliatoio femminile delle docce pubbliche.

Ci infilammo in uno dei pub vicino al porticciolo e pren­demmo quattro birre, avvicinati da due ragazze biondissime convinte fossimo spagnoli. Ubriache come un boscaiolo scoz­zese, presto se ne andarono. Alle undici e mezza terminò la mu­sica dal vivo e una mezz’ora dopo tutti i locali avevano chiuso. Tornammo da Rorbu e ci preparammo per l’ennesima notte in macchina, divertiti dal vertiginoso numero di persone sbronze presenti nel ridente paesino. Nonostante tutto, avevamo per­corso quattrocentosessanta chilometri, potevamo essere soddi­sfatti.