Giorno 4

La sveglia suonò tardi, saranno state le undici e mezza, ma non ci alzammo prima di mezzogiorno. Con la consueta calma, andammo a farci la doccia subito dopo il caffè. Verso l’una Vin­cent e Trancio iniziarono a preparare il pranzo: pasta ai funghi. Io e Liuti sistemammo la tenda, passammo all’internet point del campeggio e stendemmo in verandina i vestiti del giorno prima, ancora fradici. Stendere è un parolone; in realtà li appendemmo al palo orizzontale come quarti di manzo. Jeans, felpe, magliette; tutto penzolava nella verandina.

Quando verso le due e mezza prendemmo Rorbu e ci diri­gemmo in centro, il nostro obiettivo era il Christiania: il quartiere centro-sociale. Sull’arco d’ingresso campeggia un cartello: “Ben­venuti al Christiania” o “Benvenuti in Europa” a seconda se si stia per entrare o uscire dal quartiere.

Non ci piacque un granché. Diventato più un’attrazione tu­ristica, non è rimasto quasi nulla del quartiere hippie o delle sue tradizioni. Ci sono scolaresche in visita, turisti di ogni età scat­tano foto. Persone devastate dalle droghe. Pochissime le botte­ghe alternative di artigianato; ci sono parabole per la televisione satellitare, pub e ristoranti segnalati sulle guide turistiche. Han­no persino un proprio marchio di birra. In pratica è solo un grande coffee shop all’aperto, una trovata commerciale.

Delusi dallo spettacolo ci adeguammo. Scovammo un ve­nezuelano nella strada degli spacciatori, l’unica via dove è vieta­to scattare foto, e comprammo un po’ d’erba. Sì e no quattro cannette.

Ci sedemmo nel piccolo e trascurato parco e cominciam­mo a fumare studiando la fauna intorno a noi.

Iniziò così il primo trofeo “Chi è il più chiuso”. I partecipanti erano: Barbie Tossica e la sua amica; lo scrittore; l’uomo radice d’albero; Johnny Fattanza e l’uomo che parlava alle birre. Tutti ottimi candidati alla vittoria finale.

Che coppia Barbie Tossica e la sua amica; se avevamo pre­so posto su quella panchina il motivo, in principio, era la loro vicinanza. Barbie Tossica era una bellissima ragazza: bionda, mi­nuta e con uno splendido sorriso, forse dovuto alle droghe. An­che l’amica era carina. Erano sedute sulla loro panchina, a pochi metri dalla nostra, con una canna in mano e la coca-cola appog­giata in terra, sul brecciolino. Eravamo distratti quando sentim­mo un rutto abnorme. Era stata Barbie Tossica, ora impegnata a ridere di gusto con la sua compagna di giochi. Ma ancora non aveva dato il meglio di sé. Con la naturalezza di un battito di ci­glia, tirò in su col naso e lasciò partire un osceno agglomerato di saliva e quant’altro. Sputava a ripetizione, neanche fosse un la­ma. E la sua amica non era da meno. Due perfette First lady.

Intimoriti da tanta barbarie racchiusa in ragazze dall’aspet­to così innocente, ci concentrammo sul secondo personaggio: lo scrittore. Seduto a gambe incrociate in mezzo al parco, teneva le mani sulla nuca pelata e fissava il vuoto. Non si mosse per una ventina di minuti buoni. Poi ci accorgemmo della penna e del quaderno. Squalificato per doping.

Al trofeo “Chi è il più chiuso” la prima regola dice: vietato pensare, riflettere e in generale sono deprecate tutte le attività mentali. Peccato, sarebbe stato un ottimo candidato lui, così chiuso nella sua staticità.

Delusi dalla scorrettezza dello scrittore, trovammo nell’uo­mo radice-d’albero un serio e onesto concorrente collassato al suolo. In verità qui il vero concorrente sarebbe dovuto essere Liuti, l’unico in grado di scambiare il braccio del collassato per un tronco d’albero.

«Ragazzi, ma guardate quello, è collassato per terra e sta dormendo con la testa appoggiata a quel tronco d’albero, a quel­la radice. Lo vedete?».

«Liuti, quello è il suo braccio. Non è un albero».

«Ma davvero? A me sembrava una radice».

«Dobbiamo farti fumare meno».

«Non ci provate neanche».

Johnny Fattanza era uno dei favoriti per la vittoria finale. Era un innocuo energumeno. Grosso e ciondolante. Della sua stessa mole era il cannone titanico fumato avidamente. Solo la carta per rollarlo equivaleva a un paio d’ettari di foresta disbo­scata, il quantitativo di marijuana contenuta credo si misurasse in chili. Pacioso come l’omino Michelin vestito da rapper, si se­dette sulla panchina dall’altro lato del parco rispetto a noi. Più fumava e più si accasciava sulla panchina; più boccate prendeva e più aumentava il risolino sul suo volto; più aumentava il riso­lino e più era sconvolto da tic nervosi. Alla fine il suo faccione era scosso da così tante contrazioni da farlo sembrare un’asciu­gatrice automatica in tilt.

Finita la canna, smise di esistere anche lui. Rimase impassi­bile per il resto del pomeriggio, tutto preso dal suo mondo fata­to.

Ma il campione era tutt’altra storia. Il campione indiscusso del primo trofeo “Chi è il più chiuso” non poteva non essere l’uo­mo che parlava alle birre, protagonista dell’omonimo film intro­spettivo del regista Matteo Chiusanza.

Avrà avuto massimo trent’anni, vestiti casual ma ricercati. Se ne stava seduto su un muretto, con una bottiglia di birra mez­za piena in mano e con due bottiglie vuote poggiate alla sua de­stra. E parlava. Non aveva auricolari, né palava da solo. Stava avendo una discussione con le birre vuote. Si alzava, gesticolava, mostrava disappunto, ma alla fine tornava sempre da loro. Le guardava, a volte con aria irritata, altre con benevola complicità, parlava con loro, ci discuteva. A volte asseriva silenzioso, come se il vetro gli stesse comunicando chissà quale oscura verità. Avremmo pagato oro per carpire i suoi loschi segreti. Chissà quali e quanti acidi andati a male aveva preso per ridursi in quel­lo stato. Vinse il torneo a mani basse, era troppo fuori dal mon­do per non entrare nei nostri cuori.

Aveva ripreso a piovere, una fitta e gelida pioggerellina. Trasportata dal forte vento penetrava i k-way, i vestiti e ti entra­va nelle ossa. Tremavamo come in preda a elettroshock. La sera ci infilammo in un ristorante a buffet. Avevamo bisogno di stare al caldo. Come al solito facemmo la nostra classica figura da sfollati a digiuno da mesi. Pagammo i dieci euro e mangiammo per un intero esercito, curandoci poco di ogni forma di galateo.

La sera avremmo dovuto fare presto.

«Ragazzi, domani sono in programma otto ore di macchina per arrivare a Oslo. Questa sera regoliamoci».

«Sì, ora ci prendiamo una birra da qualche parte e poi an­diamo a vedere la sirenetta».

Questo era il programma esposto da Trancio e lo rispet­tammo alla lettera. A esclusione del fare presto.

Per trovare la sirenetta girammo oltre un’ora in macchina. Una volta trovata e aver scoperto non trattarsi di una sirena, ma di una semplice ragazza con due gambe e due piedi, prima ci fu­mammo l’ultima canna con il poco rimasto; poi, per scaldarci, stappammo grappa e limoncello e prendemmo un sorso ciascu­no. Era quasi l’una di notte; fatta pipì sfidando la bufera, risalim­mo in macchina.

Il campeggio era una landa desolata. Un enorme prato alla mercé delle intemperie. Procedevamo con il Ducato a passo d’uomo nel viale sterrato quando Liuti, con aria preoccupata, abbassò il finestrinoper guardaremeglio. Inrealtà tutti avevamo cambiato espressione.

«Goush, ma quella è la nostra tenda?».

«Temo di sì, Liuti. Mi sa che era proprio la nostra».

Il nostro ospedale da campo giaceva accartocciato su sé stesso. Un ammasso informe di tela fradicia.

I picchetti erano saltati più o meno tutti, i pali avevano ce­duto alle forti raffiche di vento, non sopportando il peso dei teli inzuppati. La verandina era crollata, aveva un grosso squarcio a T su un lato e nello schianto si era portata giù il resto della tenda. Un palo si era storto. Tutto quello lasciato all’interno della tenda era inutilizzabile: lo zaino di Liuti con tutti i suoi vestiti, i giub­botti invernali usati come cuscini, tutti i sacchi a pelo, alcuni ve­stiti, tutte le coperte e i plaid. Tutto fradicio.

Rimanemmo un buon minuto in silenzio, sotto l’acqua pio­vana, imprecando ognuno dentro di sé.

Passato lo shock iniziale, iniziammo a vedere cosa salvare e come. Smontammo ciò che restava della tenda e, incuranti del­la pioggia incessante, appoggiammo le varie componenti sul prato. Tanto non potevano bagnarsi più di quanto già lo fosse­ro.

Accatastammo tutta la roba fradicia nei bagni del campeg­gio, prendemmo i due asciugacapelli e iniziammo a “phonare”. «Liuti, tira fuori dallo zaino un po’ di roba bagnata».

«Ragazzi, lo zaino può aspettare, non è troppo bagnato. Non so come, ma sembra solo molto umido. Pensiamo prima ai sacchi a pelo e alle coperte».

Con questo coraggioso gesto da moschettiere, con questa splendida filosofia del tutti-per-uno-uno-per-tutti, Liuti rimise lo zaino in macchina e iniziammo a preparare Rorbu per la not­te. Vincent e Trancio si sarebbero dedicati alla asciugatura.

Quando una mezz’ora dopo andammo ad aiutarli non c’era ancora nulla che non grondasse acqua e Vincent dava i primi, comprensibili segni di insofferenza.

«Qui non s’asciuga nulla».

«Dai, riproviamo a strizzare tutto».

Dalla doccia uscì un polacco meno bagnato di noi. Dopo una breve chiacchierata ebbe l’ardire di salutarci con un: «Dry night». Non fu una buona idea augurarci scherzoso “notte asciutta”. Se gli sono arrivati solo un decimo degli accidenti da noi pensati e proferiti, è un miracolo se riesce ancora a cammi­nare.

Dopo un’altra mezz’ora il bagno era allagato e la roba an­cora gocciolava. Un phon si era surriscaldato e aveva smesso di funzionare e anche l’altro iniziava a dar segni di cedimento.

Io e Liuti ci guardammo e, senza parlarci, ci accendemmo insieme la sigaretta del nervosismo. E della disperazione. Boc­cate profonde, solo la pioggia e il sibilo del vento come colonna sonora.

Alle quattro del mattino, data una rapida asciugata anche ai nostri capelli, lasciammo stesa in bagno la roba, libera di sgoc­ciolare. Prendemmo il sacco a pelo e le coperte meno umide, ci mettemmo i pigiami o le tute da notte e andammo a dormire.

«Porca troia, sono le quattro e noi ci stiamo per mettere a dormire con coperte umidicce».

«Speriamo che un minimo si asciughi la roba nei bagni».

«Beh, pensa a chi domani si va a fare la doccia e trova quel casino steso».

«E chi se ne frega. Trancio, sei sistemato bene?».

«Sì, sono entrato. Puoi spegnere le luci».

«Liuti, spegni le luci, te che puoi».

«Ok, buonanotte».

«’notte»

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