Giorno 33

 L’afa di quella mattina ci costò le ultime ore di sonno. Alle nove eravamo svegli e zuppi di sudore. Purtroppo nessuno di noi era in grado di fare alcunché. Fiaccati dai continui sbadigli e dal caldo, restammo quasi un’ora a boccheggiare nella tenda completamente esposta al sole. E la temperatura saliva.

A nulla servì aprire spiragli sempre più ampi, non tirava un alito di vento.

Uscimmo prima di cuocerci in quella fornace blu. Colazio­ne, due tiri a pallone, doccia gelata e breve ricarica dei cellulari. Verso mezzogiorno eravamo in grado di ripartire.

«Pranziamo all’Olympiapark?».

«Sì, così facciamo vedere ad Arnù l’ex stadio del suo amato Bayern».

«E proviamo a entrare in campo come nel primo inter­rail”.

«Certo. Clandestini e sfacciati».

Non si poteva andare a Monaco e non vedere il parco olim­pico, costruito per le olimpiadi del ’72. Al pari dell’Hof­brauhaus, è una tappa fondamentale. Ottimo per passare qualche ora all’aria aperta.

Comprammo qualche birra e apparecchiammo, all’ombra di un albero, la consueta razione K, circondati da anatre starnaz­zanti.

«Bene, ora che abbiamo la pancia piena, entriamo allo sta­dio».

L’Olympiastadium si poteva visitare pagando il biglietto e girando sugli spalti. Oppure si poteva fare come noi: entrare di straforo sul terreno di gioco passando dal garage. Dal campo poi si passava alle panchine e dalle panchine alle tribune.

Bastava solo una gran faccia tosta. I tedeschi, persone dili­genti e precise, non sono abituati a chi non rispetta regole palesi.

Vedere quattro ragazzi entrare dal garage e calcare il manto erboso, ha per loro un solo significato: se lo fanno, qualcuno gli ha dato il permesso. Ignorare un eloquente cartello, tradotto in tutte le lingue, con su scritto “Vietato entrare”, non è un’ipotesi da prendere in considerazione.

E così, per la seconda volta, calpestammo impuniti il prato dell’Olympiastadium.

«Sentite, ma ce la facciamo a fare un salto al nuovo sta­dio?».

«L’Allianz Arena?”

«Sì, volevo fare delle foto. È una struttura particolare».

«Architetto, una cosa veloce?».

«Sì, sì, giusto un paio di foto».

C’era la partita del Bayern, una difficoltà in più. Parcheg­giammo all’italiana, fregandocene degli Stewart. Trancio scese e scattò qualche foto. Noi restammo sul Ducato a commentare la fauna del tifo Bavarese.

«Sono le cinque, ripartiamo?».

«Sì».

Passate le nove entrammo trionfanti in Italia. Arrivati a Bolzano ci fermammo per la cena.

«Dobbiamo finire i malefici capellini».

«Quegli affari tipo spaghetti che si cucinano in due minuti, ma che sono colla già dopo trenta secondi?».

«Esatto».

«Quanti ne abbiamo?».

«Novecento grammi».

«Cosa? Più di due etti a testa! Che sugo abbiamo?».

«Olive».

«Gustoso. Altro che lasagne».

Tutto secondo i piani. Il sugo alle olive aveva un sapore molto particolare, in grado di renderlo stucchevole già alla se­conda forchettata. E i capellini erano scotti.

Ma la coppia di carabinieri, uno sud-tirolese e l’altro cala­brese, furono un’apparizione mistica. Due stereotipi viventi. Il primo, ligio al dovere; preciso come un orologio svizzero, di ita­lico aveva ben poco. Biondo, dall’aspetto impeccabile e dalla parlata “Schumacheriana”. L’altro era bassetto, di carnagione scura. Più sciolto nei movimenti e nella parlata dialettale. Anco­ra oggi mi chiedo in quale idioma comunicassero tra loro. E di cosa parlassero.

Ripresi io il volante. E a una quindicina di chilometri da Verona mi costrinsero allo stop.

Con la percezione delle distanze mutata dall’abitudine a tappe di cinquecento o seicento chilometri, avrei voluto guidare almeno fino a Modena. Cento chilometri in più significava un’oretta di viaggio.

«Goush, no».

«Sicuri? Io non sono stanco per niente».

«Goush, se arrivi a Modena poi tiriamo almeno fino a Bo­logna. Sarebbero quaranta chilometri in più».

«Forse sì».

«No, forse. Sicuro. Pensa sempre all’andata. Rispetto a un mese fa non ci rendiamo più conto del tempo. In questo mo­mento un’ora in più di macchina è una passeggiata per noi. Ma se iniziassimo a ragionare così cosa succederebbe a Bologna?».

Ascoltavo in silenzio. Trancio aveva ragione. Se a Bologna non fossi stato stanco mi sarei detto: “In fondo mancano due ore a Firenze”.

Monaco era distante quattrocentoventi chilometri. Era me­glio fermarsi al primo Autogrill. E così facemmo, per fortuna.

Quella notte diluviò. Secchiate e secchiate d’acqua mi arri­varono in faccia, infiltrandosi dalla fessura lasciata aperta per far passare l’aria. Non fu una gran notte, ma sarebbe stata l’ultima passata sul pavimento di un Ducato. Dalla sera seguente avrem­mo tutti avuto un letto. Il nostro.

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