Giorno 32

Quella notte sognai il Bat-segnale, forse a causa del grappi­no infernale, buono solo per lavare i pavimenti, o forse per le emanazioni tossiche di Arnù. Di Bruce Wayne però nessuna traccia.

Diluviava quando suonò la sveglia. Prima ancora di aprire gli occhi, con un breve, ma intenso summit di muggiti, decidem­mo di rimetterci a dormire. Partenza ritardata a orario da desti­narsi.

Nell’ultima oretta di pennichella il tempo non migliorò. Ma non potevamo attardarci oltre. Alle dieci, senza esserci né lavati, né cambiati, senza aver fatto colazione o esser scesi dal Ducato, occupammo le nostre posizioni di combattimento e partimmo ancora assonnati. Appena il tempo migliorò ci fermammo per fare il caffè.

I bagni a pagamento ci sconsigliarono di lavarci. Prose­guimmo e festeggiammo gli undicimila chilometri, finendo quel poco amaro rimasto.

Era spuntato il sole quando una Daewoo grigio metallizza­to ci superò, ci tagliò la strada e iniziò a frenare.

«Ma che sta facendo ’sto coglione?!».

«Aspetta, hanno tirato fuori una paletta. È la polizia».

«Mortacci loro, per poco non facevamo un botto clamoro­so. Ma ce l’hanno con noi?».

«Pare di sì. Goush, a quanto stavi andando?».

«Centoventi. E non mi sembra di aver visto strani limiti».

All’avvicinarsi della prima area di sosta ci fecero cenno di accostare.

Era un semplice controllo di routine. Ma il cosiddetto an­golo-del-Goush, ovvero il mio giacimento di sigarette, tabacco, cartine e filtri, attirò la loro attenzione.

E furono attratti ancor di più dal ritrovamento delle cartine lunghe comprate in Danimarca. La prontezza nel rispondere «Erano finite quelle corte e così ho comprato queste» sembrò soddisfarli. Ma la verità era un’altra. Fecero una breve perquisi­zione degli zaini più accessibili, ma il puzzo gli sconsigliò di an­dare oltre. Noi non ci eravamo lavati, negli zainoni avevamo cose umide a fermentare ed erano due notti che dormivamo su Rorbu. Dopo una decina di minuti ci restituirono i documenti e ci lasciarono andare.

«Ammazza, hai capito questi tedeschi? Due in borghese ti tagliano la strada e perquisiscono i bagagli».

«Vabe’, non è che abbiano perquisito tutto. Però senz’altro è meglio rispetto all’Italia».

«Non hanno perquisito tutto perché avevamo cinquanta zaini. Hanno controllato quelli alla nostra portata di mano. Gli zainetti, le cassette del cibo. Hanno tralasciato il bagagliaio, ma l’abitacolo ce l’hanno fatto svuotare».

«Tanto non avevamo nulla. Ma pensate se ci avessero fer­mato all’andata, con Vincent che aveva il fumo nella tasca della felpa».

«Sì, poi vallo a spiegare che era colpa di quel fattone di tuo fratello».

«Comunque, con le ciabatte ammuffite di Arnù, neanche i cani avrebbero trovato il fumo. Magari ci accusavano di omici­dio».

«Di omicidio?».

«Beh Liuti, lo zainone di Chiara è chiuso in un sacco nero della mondezza per evitare che s’infradici. L’aspetto è quello di un cadavere. Se poi consideri la puzza creatasi dai vestiti zozzi, dai rimasugli sulla padella, dalle ciabatte ammuffite di Arnù… sai che afrore?».

«Comunque, se ci fosse stato un cane sarebbe scappato, o si sarebbe suicidato appena fiutato il bagagliaio».

Approfittammo dell’inaspettata pausa per fumare una siga­retta e mangiare un paio di biscotti. Poi ripartimmo.

A mezzogiorno e un quarto trovammo il tanto agognato bagno non a pagamento per poterci lavare.

Alle due e mezza eravamo al campeggio. Avevamo monta­to la tenda e stavamo cucinando la pasta. Faceva un caldo asfis­siante, almeno per noi. Il bel tempo sarebbe durato poco.

Monaco resta sempre una città splendida. Ma girarla sotto la pioggia ci infastidì non poco. Liuti, spavaldo, non si era por­tato neanche l’impermeabile. Confidava nel sole. Iniziò a piove­re verso le quattro e non smise fino alla sera. Passeggiammo per tutto il centro, illustrando ad Arnù i luoghi da dove era partito il nostro primo inter-rail. Alle nove di sera, fradici, andammo a ce­na.

«Ora Hofbrauhaus. La birreria più grande del mondo».

«Si mangia bene?».

«Cinque anni fa si mangiava alla grande. Bisteccone, wur­stelloni e birra».

«Da paura».

Non era cambiato nulla. Un’orgia di carne e una cascata di birra.

Salsicce, wurstel, bistecche e stinchi di maiale colossali era­no accompagnati da fiumi di birra, racchiusi in boccaloni da un litro. Commovente.

Meno commovente fu il rutto sparato da Arnù. L’Hof­brauaus era stracolma. C’era un chiassosissimo vociare di tede­schi e turisti ubriachi. Un’orchestrina bavarese suonava dal vivo. Il rutto di Arnù fu più forte di tutto e tutti e coprì ogni altro suo­no. Si girarono in molti a guardare il nostro imbarazzo. Perlopiù sghignazzavano, erano in pochi gli scandalizzati. Alla fine ci fa­cemmo una grassa risata e attaccammo bottone con i nostri vi­cini di tavolo. Un gruppo di spagnoli a cui nessuno avrebbe mai dato una lira. Quando scoprimmo il motivo della loro visita a Monaco restammo di stucco: erano lì per un convegno di car­diologia. Non mi farò mai operare a Valencia.

Uscimmo dalla birreria con svariata birra in corpo e tre boccalozzi nello zaino. Di rubare il boccale non mi era riuscito nel 2003. Questa volta andò meglio. Uno per me, uno per Liuti e uno per Arnù. Si aggiungevano ai due trafugati da Trancio e Vincent cinque anni prima.

Dopo una breve chiacchierata con alcuni irlandesi, ci av­viammo verso il campeggio. L’elevato tasso alcolico ci suggerì di renderci molesti. Appallottolato il mio K-Way, iniziammo a giocare a rugby per le vie del centro.

Trancio e Liuti sparirono. L’ultima metro sarebbe partita venti minuti più tardi. Io e Arnù li aspettammo alla fermata. Ar­rivarono all’ultimo minuto, come consuetudine.

«Ma dove eravate finiti?».

«A farci un’altra birra».

«Un’altra?».

«Sì».

«Alla salute!».

Tornammo al campeggio canterellando a squarciagola i Gem Boy. Stonati e ubriachi il risultato non fu dei migliori. E le registrazioni fatte con il cellulare stanno lì a dimostrarlo.

«The?».

«Sì, metto l’acqua».

Il the prima di dormire era diventato una tradizione. Alle due di notte, immersi nell’oscurità e nel silenzio del campeggio, iniziammo a fare quattro chiacchiere aspettando che l’acqua bollisse.

Nessuno sa bene come sia potuto accadere, ma ci ritro­vammo a parlare di anni trenta, fascismo e seconda guerra mon­diale. Siamo strani e ce ne vantiamo. Alle tre, il nostro teutonico vicino di tenda si stancò della nostra grande lezione di storia, forse proprio per l’esito della guerra. Ci cazziò a dovere e an­dammo a dormire.

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