Giorno 29

Mi svegliai quando mia madre mi inviò un SMS: Ciao, vedo su internet che oggi a Stoccolma splende il sole. La mia risposta fu laco­nica: Strano, io sento la pioggia battere sulla tenda…

Trancio era uscito presto quella mattina. Noi non ce ne ac­corgemmo neanche. Ci lasciò un messaggio, scritto sul retro del­la confezione di cioccolata bianca e appeso al filo con i panni stesi. Era sicuro di attirare la nostra attenzione con quello stra­tagemma. E sbagliava, nessuno di noi ci fece caso.

«Buongiorno!

Sono andato a cercare di recuperare la borsa della macchinetta (l’ho lasciata al pub…che testa!), poi vado alla Stads-Biblioteket. Ci vediamo lì per le 17:30?

Se avete un appuntamento migliore mandatemi un SMS. Ci possia­mo vedere all’incrocio tra Odengatan e Sveavägen.

A dopo, Stefano.

Ps: le chiavi della macchina sono nella borsa della tenda. Ciao!».

Noi ci alzammo molto più tardi.

«Dov’è Trancio?».

«Boh, sarà tornato al pub a cercare la macchina fotografica. Non saprei».

«Ma che ore sono?».

«Quasi mezzogiorno».

Ci perdemmo in chiacchiere; fatta colazione era già ora di pranzo.

Di Trancio nessuna notizia.

«Non posso chiamarlo, Trancio ha finito i soldi sul cellula­re e stando all’estero dovremmo pagare entrambi».

«Quindi, anche se chiamiamo noi, dovrebbe pagare anche lui e quindi non ce lo fa chiamare perché ha finito i soldi?».

«Esatto».

«Ora che facciamo?».

«Gli mandiamo un messaggio. Scriviamo che noi tra un quarto d’ora buttiamo la pasta, se si trova nei paraggi venisse a pranzare da noi, altrimenti ci vediamo verso le tre da qualche parte».

«Ok».

All’improvviso il nostro desaparecido amico comparve all’orizzonte.

«Ciao Trancio, è un casino senza poterti telefonare, potevi lasciare notizie».

«Ma non l’avete visto il biglietto?».

«Quale biglietto?».

«Non vi sembra strano che vicino alle mutande ci sia appe­sa la confezione di cioccolata bianca?».

«Non c’avevo proprio fatto caso».

«Io in realtà mi ero posto la domanda, ma poi ho pensato fosse un simpatico ornamento, piazzato là senza un motivo».

«Ma sarai un fattone, Arnù?».

«Che ne so, pensavo all’ennesima minchiata».

Ero a pezzi quel giorno. Un po’ di mal di schiena e sonno arretrato. Dopo pranzo comunicai la mia irrevocabile decisione. Sarei rimasto al campeggio a riposare. Ci aspettavano quattro giorni di macchina e di notti sul Ducato. E dopo un mese avevo bisogno di fermarmi.

Provarono una blanda opera di convincimento, ma restai fermo sulle mie posizioni. Così alle quattro restai da solo in cam­peggio, presi tutti i sacchi a pelo e creai un soffice materasso su cui dormire comodo.

Quel ventinove agosto la mia giornata potrebbe essere così riassunta:

  • Sveglia;
  • Espletazione delle funzioni corporali di base;
  • Messaggio di auguri per il compleanno di mio fratello;
  • Colazione;
  • Sigaretta;
  • Pranzo;
  • Sigaretta;
  • Lavaggio;
  • Pennichella dalle quattro alle otto di sera;
  • Sigaretta;
  • Pipì;
  • Cena con tonno in scatola e dessert con cioccolata, pane e marmellata;
  • Sigaretta;
  • Scrittura del diario;
  • Sigaretta;
  • Alle undici di sera già a nanna.

 

Gli altri si divisero: Trancio e Vincent andarono alla biblio­teca nazionale per studiare un po’. Finirono a guardare il sedere di una ragazza che al piano di sopra si chinava per cercare dei libri. Dalla loro posizione avevano una visuale perfetta sul fon­doschiena e non si lasciarono sfuggire l’occasione.

Dopo aver saccheggiato il solito 7-eleven, soddisfarono an­che la voglia di gelatino tossico del McDonald. La loro attenzio­ne fu catturata da un corpulento omaccione dalla barba filosofica e dai capelli non biondi, bensì “gialli pennarello”. Trangugiava con avidità il suo menù, incurante delle patatine in­castrate nella folta barba, proprio come si conviene a un galan­tuomo.

Liuti, Arnù e Chiara invece erano a spasso per Stoccolma e alla ricerca di un internet point. Chiara avrebbe preso l’aereo il giorno dopo per tornare a Milano e, per guadagnare tempo, si era deciso di farle fare il check-in on-line. In più avevamo in te­sta una malsana idea: fare tappa a Monaco di Baviera durante il viaggio di ritorno. Sembrava una pazzia, significava forzare i rit­mi, macinare chilometri fino allo stremo. Ma l’Hofbräuhaus, la birreria più grande del mondo, era un richiamo potente. L’inter­net point consentì a Liuti e Arnù di valutare la situazione cam­peggi nel capoluogo bavarese.

Si ritrovarono tutti per cena dal Re del Felafel, un kebabbaro fast-food. Il doppio kebab non gli impedì un nuovo saccheggio di noccioline al 7-eleven.

Quindi iniziò la loro delirante serata. Tra strambi ceffi, pit­toreschi ubriachi, locali fashion e plurimi raid ai 7-eleven, avreb­bero passato cinque-sei ore indimenticabili.

Il primo locale fu scelto, con sapienza, in base al basso co­sto della birra. Costo inversamente proporzionale alla quantità di personaggi bislacchi presenti.

«Qui sono tutti uguali. Talmente biondi e fighetti che mi vien voglia di spaccargli la faccia».

«Liuti lo sai, son fatti con lo stampino questi nordici».

Due fighetti incamiciati e con le chiome impomatate ci provavano, invano, con due lesbo-bionde stupende, ma decisa­mente poco interessate.

Meglio andava al vikingo hippie. Attorniato da donne e in­vidiato dall’orrendo amico sfigato, chiuso nel suo esser ignorato da tutti.

Tuttavia la particolarità del locale era un’altra. L’alcool as­sunto dai clienti aveva destabilizzato il comune sistema bagno. Nessuna divisione uomini-donne. Nessuna fila. La filosofia era: Tutti pisciamo; facciamolo insieme, in barba alle differenze fisi­che.

Finita la birra era ora di cambiare posto.

«Andiamo al KGB?».

«Va bene».

Il KGB aveva il nome dalla sua. E veniva descritto come uno dei migliori locali di Stoccolma. Ergo uno dei più costosi. Neanche entrarono. Il buttafuori romanista, bicipite grosso come un’autocisterna e pizzetto satanico, solidarizzò con loro ma fu irremovibile.

«Dovete lasciare le giacche al guardaroba».

«Perché?».

«Per fare soldi. Questa è la Svezia fashion».

Apprezzarono la sincerità, ma non pensarono neanche per un minuto di regalare soldi alla Svezia fashion. Si rifecero sac­cheggiando l’ennesimo 7-eleven. Poi si diressero verso sud.

Stoccolma era una gabbia di matti. La polizia girava con lo smanicato e gli enormi distintivi sul petto; più coatti dei telefilm americani.

L’ambiguità era di casa un po’ ovunque, soprattutto nei lo­cali. Un ragazzo in frak e scarpe da ginnastica, nascondeva i ca­pelli rasta sotto il cappello a cilindro. E portava a spasso un pesce rosso in una vaschetta cubica. Ed era reale, non il frutto di un acido.

Le pettinature nordiche vivono di una stravaganza tutta lo­ro. Non esiste una sola persona pettinata in maniera decorosa. Ciuffi a sprazzi, colori nauseanti, virgole di capelli riottosi. Arnù era infastidito.

«E togliti quel topo morto dalla testa».

Per un momento sembrò che il tizio avesse capito l’insulto. Si girò, squadrò in cagnesco Arnù e si avvicinò. Era ubriaco e con massima cordialità prese a parlare. Erano stati scambiati per spagnoli e faticarono non poco per sganciarsi dal loquace sbron­zone; senza peraltro capire cosa volesse.

Girarono ancora un po’ prima di dirigersi alla metro per tornare al campeggio.

Tutti i matti di Stoccolma aspettavano le ultime corse della metro. Ogni stazione era talmente piena di varia umanità, di folkloristici figuri, da far sembrare il tutto come un insieme di feste organizzate.

Svariate erano le persone collassate o in procinto di spe­gnersi.

Tra i cosiddetti “sfascioni”, c’era una tizia trasportata dal ragazzo. Lei sembrava in difficoltà, combattuta tra il tentativo di rimanere in vita e quello di non vomitarsi addosso.

Ma soprattutto c’erano gli abbiocchini: una versione medio­rientale di Stanlio e Ollio, ma molto, molto, molto più assonna­ta. Uno smilzo e uno grasso, accomunati dall’andatura ciondolante e dall’occhio rosso a mezz’asta. Trasudavano neces­sità di dormire. Il ciccio spingeva lo smilzo e provava a prendere in mano la situazione, dando prova del senso di responsabilità e dell’istinto di conservazione. Difficile si rendesse conto di cosa gli accadesse intorno, dava l’impressione di muoversi in auto­matico. Per grazia divina.

Lo smilzo però aveva il guizzo vincente. Neanche lui sape­va come, ma riuscì a guadagnarsi un posto a sedere nell’attesa della metro. E si addormentò. Il ciccio tentò di resistere stoico. Ebbe un cedimento improvviso e si appoggiò a un palo, ci spiaccicò la faccia e si addormentò anch’egli. Ma non era certo il massimo della comodità. Con un sussulto si tirò su, grugnì qualcosa allo smilzo, lo spostò di peso creandosi un posto dove sedersi e si riaddormentò a testa bassa e guance gonfie.

La situazione non era diversa sulla metropolitana, eletta a furor di popolo come “il posto più pittoresco di Stoccolma”.

Sciami di persone collassate venivano tenute in piedi da amici appena coscienti. Persino i normali erano troppo normali per non apparire ridicoli. Ma c’era anche chi prendeva le distan­ze da un tale devasto psico-fisico.

Un impeccabile personaggio, narrano le leggende fosse un guru della finanza svedese, mal celava l’insofferenza per quell’ambiente. Vestito con gessato e mocassini, da vero uomo­che-non-deve-chiedere-mai, puzzava di dopobarba costoso e stonava in quella metro. Finché Trancio non si accorse del suo tallone di Achille. Con sé non portava la ventiquattrore da busi­nessman, ma un secchiello di Haribo. Come un bimbo goloso, infilava la mano nel secchio di liquirizie, sgranava gli occhi quasi commosso da cotanta abbondanza, ne cacciava in bocca una manciata e, ruminando come un ossesso, tornava a infastidirsi per il degrado circostante.

Tra la variegata fauna si trovava qualsiasi cosa: da un cic­cione perso nel suo fantastico mondo di i-Pod, a ragazze scalze con le scarpe in mano. Chi era rimasto in piedi, o provava a dor­mire appeso alle maniglie e ai tubolari della metro, oppure sor­reggeva amici alcolizzati. Qualcuno ballava ascoltando la musica nelle cuffiette.

Anche gli abbiocchini erano saliti su quella metro. E ancora una volta lo smilzo era riuscito a trovare un posto a sedere.

Il businessman era sempre più accigliato e iniziava a mani­festare plurimi tic nervosi.

«Dobbiamo scendere alla prossima».

«Ci siamo tutti?».

«Sì».

La serata volgeva al termine. Le porte della metropolitana si aprirono e si lasciarono alle spalle quella gabbia di matti.

«Arnù, hai visto quei due troioni scesi con noi».

«Certo, che brutta gente si trova in giro. Trancio, ma te le hai viste?».

«Chi? Quelle due truccate in bassorilievo? Quelle che per struccarsi e togliersi quella maschera devono usare il coltellino svizzero?».

«Sì, proprio loro. Le regine del sadomaso».

Avrebbero potuto aprire un negozio di indumenti in pelle nera. Stivali, pantaloni, corpetto, tutto in cuoio. Magari anche il cervello lo avevano di cuoio. La loro principale attività sembra­va essere snervare ciocche di capelli. Almeno quella era la loro principale attività in pubblico.

Quando i miei prodi amici tornarono in tenda erano in la­crime.

E dilaniati da una domanda cruciale: Che fine avranno fat­to gli abbiocchini? 

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