Giorno 28

«Porca puttana Trancio, stanotte ho dato tre capocciate al tubo di ferro sotto il sedile. Tutte nello stesso punto. Guarda che bernoccolo sulla fronte».

«Ahia, per dirla alla Massimo Boldi: un dolore pazzesco!».

«Un male cane».

«Ma come hai fatto?».

«Boh, la prima volta credo girandomi. Poi la seconda e la terza le ho date in sequenza».

«Una appresso all’altra? Davvero?».

«Sì e non c’è nulla da ridere. Quando ho dato la seconda, risvegliandomi ho tentato istintivamente di alzarmi e così ho dato subito la terza».

«Doppietta storica».

«Ma che ti ridi? Ho smadonnato come un babbuino. Strano che non vi siate svegliati, ho trattenuto a stento le lacrime. Poi mi veniva da ridere… due in fila… cazzo».

Trovammo un campeggio in un sobborgo di Stoccolma e prenotammo per due notti. La doccia ci diede slancio, facendo riaffiorare emozioni assopite da tempo; la sensazione provata ad essere puliti non ci apparteneva da un po’. L’ultima doccia risa­liva a cinque giorni prima. Avevamo camminato fino al vero Capo Nord; avevamo guidato; avevamo dormito in tenda e sul Ducato; non sempre ci eravamo cambiati. La doccia fu una mano santa. Così come il poter cucinare anche una semplice pa­sta al sugo.

La prima cosa da fare a Stoccolma era trovare una biblio­teca e consultare una guida turistica. Da quando avevamo perso la nostra Lonely Planet in quel di Bergen, non potevamo fare al­trimenti che scroccare guide turistiche nelle biblioteche.

«Ok, ho in mente il giro da fare».

«Mi devo preoccupare?».

«Te sì, Goush, ci sarà da camminare parecchio».

«Lo immaginavo. Dai, partiamo».

Fu la solita marcia a tappe forzate. Girammo la gran parte di Stoccolma in un pomeriggio: Palazzo Reale, municipio, città vecchia, palazzo del Nobel. Un bel giro, graziato dalla pioggia.

«Ragazzuoli, sono le nove passate. Considerando l’ora a cui cenano questi tizi, forse sarebbe meglio trovare un posto dove mangiare”.

«Sì, anche perché inizio ad avere un leggero languorino».

«Ti credo, sono sei ore che camminiamo».

Trovammo una trattoria in centro. Non si mangiava male e i prezzi non erano troppo alti. Un posticino onesto. Se non fosse stato per la cameriera. La ragazza più triste, scoglionata e affranta dell’intero sistema solare. Sprizzava mestizia da tutti i pori.

«Questa sì che si guadagna le mance facendo leva sull’alle­gria».

«Eh sì, Liuti, questa racconta certe barzellette…».

«Zozze?».

«Zozzissime».

In più sembrava avere un’aria di sufficienza irritante. La sua espressione facciale parlava chiaro: “Ma che ho fatto di male per finire in mezzo a questi zoticoni”. Guardava tutti dall’alto in basso e si rattristava. Tentò anche di spiegarci dove fosse il ba­gno e soprattutto come funzionasse.

«Io dico, siamo noi ad avere il bidet e questa barbara inci­vile vuole spiegare a noi come si usa un cesso?».

«In effetti non è complicato usare un bagno».

Messi sotto pressione da miss. la-vita-fa-schifo, fui io a far casino alimentando il suo astio. Con un repentino gioco di avambraccio rovesciai la birra di Arnù. L’avevano appena por­tata.

«Grazie, Goush. Questi erano i miei ultimi pantaloni puli­ti».

«Prego, Arnù. Se ti può consolare, anche questi erano i miei ultimi pantaloni puliti. Mal comune, mezzo gaudio…».

Ordinata una seconda birra, la cena proseguì tra i soliti schiamazzi.

La ricerca di un pub fu disperata. La maggior parte dei lo­cali con prezzi alla nostra portata chiudevano alle undici e mez­za.

«Bellini gli orari nordici. Noi e gli spagnoli in pratica uscia­mo quando loro rientrano».

«Davvero. Alle undici e mezza non tornavo a casa neanche quando avevo quindici anni».

Divertiti da un gruppo di trentenni ubriachi, starnazzanti e barcollanti, giungemmo infine in un pub. E una birretta non ce la tolse nessuno.

Il dramma si manifestò al ritorno in campeggio.

«Qualcuno ha visto la mia macchina fotografica?».

«No, Trancio».

«Cazzo».

«Non la trovi?».

«Domani la cerco con calma».

Il problema era grosso. La macchina fotografica di Trancio non era proprio una “usa e getta” della Kodak. Aveva il suo va­lore. E in più lui era il nostro fotografo ufficiale. La stragrande maggioranza delle nostre fotografie erano in quella fotocamera. 

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