Giorno 27

Un respiro profondo. Poi la sentenza:

«Odore di libertà».

«Decisamente Trancio, direi anche odore selvaggio, senza contare che ho ancora il sapore del pollo in bocca. Che schifo!».

«Ammazza quanto puzziamo, Goush».

«Se non mi cambio mutande e calzini finisce molto male. Ormai iniziano a far parte di me».

«Sì, oggi dobbiamo dedicare qualche minuto a cambiarci”.

«Questi vestiti devo bruciarli».

Per colazione avevamo la seconda metà del pandispagna e gli ultimi residui di marmellata. Ma la vera sfida si sarebbe pale­sata poco prima della partenza.

«Anche voi vi sentite impregnati dal pollo di ieri?».

«Sì, Arnù, ne parlavamo questa mattina con Trancio».

«E chi è il coraggioso che prova a lavare la padella incrosta­ta?».

«Oddio, come si leva tutto quello schifo?».

«Non saprei. Il napalm l’ho lasciato a casa».

Dopo aver inquinato il mar baltico scolando sugna di pollo, dopo aver compromesso due spugnette sia dal lato ruvido che da quello morbido, dopo aver consumato più sapone per piatti di quanto avessimo fatto dall’inizio del viaggio, la padella era “mettibile” in macchina.

Era ancora sporca ed emanava ancora afrori importanti, ma era abbastanza pulita da poter essere riposta nel portabagagli avvolta in uno strofinaccio.

L’obiettivo giornaliero era Stoccolma.

Fermi dal benzinaio per dissetare Rorbu, non resistemmo ai biscotti cioccolatosi già comprati all’andata. Il gestore era un algerino pazzo, parlava italiano e ci incastrò in un discorso cal­cistico. Svincolatici dal bizzarro personaggio, ripartimmo.

«No, i lavori sull’autostrada no».

«La coda non finisce più».

«E il limite è a trenta».

«Ci arriviamo dopodomani a Stoccolma».

Quando i nostri nervi furono sul punto di cedere all’ira, ci fermammo per pranzo.

Avevamo comprato del pane in cassetta con la consistenza di un pneumatico, del formaggio molto, ma molto scadente e del salame chimico, creato con tutta probabilità nel laboratorio di un visionario nutrizionista tedesco, o comunque da qualcuno a digiuno di buona cucina.

«Mi spiace, non ce la faccio. Chi vuole le mie due fette di salame in cambio di un po’ di pane?».

«Dallo a me, Goush».

«Sei una fogna, Arnù».

Non credevo fosse possibile, eppure rimpiangevo le razio­ni K.

Riprendemmo il cammino.

«E sono novemila. Arnù, tira fuori i biscotti e l’amaro».

«Prendo anche i biscotti?».

«Siamo seri, a qualcuno non vanno dopo quel poco schifo mangiato a pranzo?».

«Ok, prendo anche i biscotti».

«Ehi, ma che ci fa qui una fortezza cinese?».

«Eh? Che stai dicendo, Trancio?».

«Guarda a sinistra. Ora dimmi se quell’immensa costruzio­ne non sembra un’antica fortezza cinese».

«Hai ragione. Ma che è?».

«Boh, forse è il re dei ristoranti cinesi…».

«O il rifugio della famigerata mafia cino-svedese».

Verso le otto e mezza entrammo trionfanti a Stoccolma. Trionfanti per poco. La più bella città scandinava ha la più intri­cata viabilità mai vista.

Iniziammo a girare avanti e indietro, salendo rampe, uscen­do da highway cittadine. Già provati dal traffico pomeridiano, prendemmo una decisione unanime: si sarebbe fatto all’italiana. Infrazione dopo infrazione, nel giro di un quarto d’ora riuscim­mo dove avevamo fallito nei precedenti quarantacinque minuti: arrivare davanti alla stazione centrale e parcheggiare in doppia fila.

Arnù e Chiara andarono a prelevare qualche sek al banco­mat; Trancio e Liuti entrarono alla stazione cercando collega­menti internet per trovare un campeggio; io e Vincent restammo nel Ducato a far la guardia.

«Ma perché ci mettono tanto?».

«Boh, non lo so, Vincent».

«La cosa mi preoccupa».

«Le opzioni sono tre».

«Vai, spara».

«La migliore: hanno trovato il campeggio e stanno telefo­nando per prenotare una piazzola e chiedere come arrivare. Tra cinque minuti tornano, andiamo al campeggio e cuciniamo».

«Ok, la seconda?».

«Finora non hanno trovato ancora una mazza, ma si sono imbattuti in un paninaro zozzo. Stanno cenando. Tornano e ci dicono dove comprare i panini. Poi passeremo la notte su Ror­bu».

«Ci metterei la firma».

«E poi c’è la peggiore di tutte».

«Non sono sicuro di volerla sapere».

«Non hanno trovato nulla, stanno perdendo tempo facen­dosi gli affari loro su internet, saremo costretti a cenare ancora con quello schifo di pane e salame di questa mattina e dormire­mo tutti e sei sul Ducato perché non ci sarà un posto dove mon­tare la tenda di Arnù e Chiara».

«Hai dimenticato la quarta ipotesi».

«Cioè?».

«Liuti, ha visto una svedese strafregna ed è stato arrestato per atti osceni in luogo pubblico».

«Già, questa non è da scartare. Ma ha un vantaggio, se ci ar­restano, evitiamo il panino schifoso. Vitto e alloggio gratis».

Quando tornarono portarono brutte notizie.

«Allora, i campeggi che abbiamo sentito sono tutti pieni, ce ne sono un paio fuori città, ma non siamo riusciti a contattarli. Solo di uno sappiamo l’indirizzo. Possiamo provare ad andare là, anche se a quest’ora non credo ci siano molte speranze».

La serata finì così: arrivammo al campeggio alle undici e mezza, la receptions era chiusa e non potevamo sfruttare le cu­cine per cenare. Ci nutrimmo con il panino schifoso e vagabon­dammo in cerca di un posto dove montare la tenda di Arnù e Chiara. In un sobborgo di Stoccolma trovammo un praticello incolto a due passi da un ristorante Thailandese e ci accampam­mo là: noi quattro su Rorbu, Arnù e Chiara in tenda.

«E se i thailandesi vengono a rompere, me li mangio».

3385-PA2-svezia