Giorno 26

Riuscimmo a svegliarci tutti più o meno in contemporanea, nonostante gli orari diversi sul cellulare.

Per colazione disponevamo di un bel pandispagna da riem­pire con la marmellata.

«Questa sì che è una colazione come si deve».

«È rimasto un goccio di caffè, chi lo vuole?».

«Lo prendo io».

«Bravo, Vincent. Poi sciacqua le tazze».

Eravamo pronti per ripartire. O quasi.

«Io devo dare di più».

«Devi tirar giù il colpo grosso, Arnù?».

«Eh sì. Abbiamo preso tutto dal prato vero?».

«Sì, puoi infrattarti là dietro».

«Bene, passami la carta igienica che vado».

«Eccola. Torna vincitore».

Al primo benzinaio ci fermammo come consuetudine.

Avevamo bisogno di un bagno per lavarci e di approfittare dei prezzi finlandesi, più bassi rispetto al resto della Scandinavia.

«Finalmente, si paga in euro».

«Andiamo a fare una spesa colossale».

Per pranzo avevamo progettato una carbonara trionfale: un chilo di pasta, una cipolla intera, tre etti di pancetta e dieci uova.

«Dieci, Goush?».

«Beh, sono un po’ piccoline. Che facciamo? Ne teniamo tre per simpatia, Arnù? Mettiamole tutte».

«Vada per dieci uova».

«Ma l’avete visto quel cartello stradale?».

«Sì, quindici lettere di cui otto a, che tra l’altro è l’unica vo­cale presente».

«Solo in Finlandia potevano chiamare una città Aavasak­sanvaara».

Occupammo una fermata dell’autobus in pieno giorno e ci mettemmo a cucinare. L’odore del soffritto di cipolla credo aleggi ancora lì intorno. Dopo l’abbondante pranzo, il caffè. E dopo il caffè…

«Siamo dei fattoni, non abbiamo festeggiato gli ottomila chilometri di Rorbu».

«Rimediamo subito. Prendi l’amaro».

«Possiamo al massimo bagnarci le labbra, anche perché do­vremo festeggiare altre tre-quattro volte».

«Va bene. Saremo parchi».

Passato il confine con la Svezia ecco riapparire, come per magia, l’immenso scatolone blu e giallo di Ikea.

«Ma porca vacca, Ikea è un culto pagano in Svezia?».

Oltre a Ikea c’era anche il sole. Per circa un quarto d’ora. Poi tornarono le nostre carissime amiche nubi.

Era metà pomeriggio quando ci fermammo per sgranchirci le gambe e andare in bagno.

«Avete visto i mini-cessi?».

«I mini-cessi, Arnù?».

«Sì. Andate a vedere. Tutto piccolino. Ingombri ridotti al minimo per esaltare l’efficienza e il pragmatismo nordico».

«Goush, fai una cosa, tira fuori il pallone e facciamoci due tiri».

«E metto Mas que nada nello stereo».

Con la colonna sonora della storica pubblicità della nike nell’aeroporto, avremmo potuto esprimere tutto il nostro im­menso talento.

Andammo avanti per un altro centinaio di chilometri. Alle otto e mezza iniziammo a cercare un posto dove passare la not­te.

«Che ne dite di Sikeå?».

«Boh, che ne so io».

«È vicino al mare, potrebbe essere un paese carino. Tieni, guarda la cartina, potrebbe essere come Grebbestad».

«Ok, l’ho trovato. Beh, sì. Si può fare. Siamo quasi arrivati a Umeå. Dai Trancio, esci alla prossima».

Sikeå era un paese fantasma. Anzi, non sembrava neanche un paese. Ci saranno state sei villette, una passeggiata nel bosco, un campeggio e uno Yacht Club. E basta.

Il campeggio era escluso. Non eravamo intenzionati a pa­gare neanche un euro. Il vialetto che conduceva ai moli dello Yacht Club attraversava un boschetto: lì si poteva piantare la tenda di Arnù e Chiara. Noi avremmo dormito nel Ducato, an­che perché la ricognizione nei dintorni non aveva fruttato lo spazio desiderato.

Parcheggiato Rorbu sul brecciolino, apparecchiammo su uno dei tavoli nel prato dello Yacht Club e iniziammo a cucina­re.

In Finlandia avevamo preso un pollo con un tasso di sugna e lordume pari a quello alcolico di Boris Eltsin.

Viso e mani grondavano sugo, olio e spezie, ma il pollo era da paura. Eravamo zozzi e chiassosi come bambini, in antitesi con l’ambiente precisino evocato dall’insegna: Sikeå Yacht Club.

E poi il dessert. Biscotti e the.

«Io non voglio tradirvi, ma loro sono più buoni».

«Oddio, Liuti parla alle Marie».

«Sì, perché le Marie si offendono e mi fanno girare le palle. Sanno di calcestruzzo, ma si ingelosiscono se mangio altri bi­scotti».

«Sì, Liuti, hai perfettamente ragione. Continua pure a par­lare con le Marie».

«Basta. Domani vi mangio, non ho abbastanza soldi per ri­nunciare a voi».

«Ragazzi, non sta per niente bene».

«Senti chi parla Goush, te volevi il miele di renna».

«Quella è tutt’altra storia. Volete mettere la poesia intrinse­ca nel miele di renna?».

«Sì, certo. Ma vai un po’ a quel paese…».

Si stava bene. Eravamo scesi per circa cinquecentocin­quanta chilometri vero sud. Faceva anche meno freddo. Una se­rata piacevole. Almeno finché Liuti non dovette defecare. Arnù e Chiara erano già andati a dormire quando gli venne lo stimolo giusto. Prese la lampada a gas, imboccò il sentiero nel boschetto e si fermò prima di arrivare alla tenda. Il problema fu la scarsa distanza percorsa. Da dove stavamo noi era perfettamente visi­bile.

«Ragazzi, guardate che scena. La lampada appoggiata per terra illumina tutto il bianco culo di Liuti».

«Oddio, ma come si è messo? Così rischia di farla sulla lam­pada».

«Per fortuna sta cambiando posizione. Ecco a voi Sexi-Liu­ti che scaghicchia nella notte svedese».

«Pensate se Chiara s’è dimenticata qualcosa nel Ducato. Esce dalla tenda, gira l’angolo e inciampa in Liuti con le chiappe al vento».

«E speriamo anche che domattina nessuno pesti quel ricor­dino».

Dopo la macabra visione, ci sistemammo dentro Rorbu pronti per passarvi la notte.

«Oh, quasi ne sentivo la mancanza».

«Eh già, è un po’ che non dormivamo su Rorbu».

«Goush, dopo la sala hobby e il baretto, oggi qui sotto ci sarà la biblioteca».

«Ma sì. Un po’ di cultura non guasta. Schiaffaci il tuo libro».«Siamo tutti sistemati?».«Sì».«Liuti, spegni le luci».«Buonanotte a tutti».

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