Giorno 23

«Porca puttana ce l’abbiamo fatta, Liuti».«Eh sì, porca troia. Una marcia trionfale, Goush».«Quanti anni ci abbiamo messo? Quattro, cinque?».«Questo è il quinto».«Se a maggio del ’45 gli americani hanno festeggiato la V.E.

– Victory in Europe – oggi è la nostra V.N.E». «Già. Vittoria in Nord Europa. Sei un maledetto pazzo,

Goush».

«Ma che ore sono?».

«Quasi mezzanotte».

«Con questa luce non ci capisco una mazza; sembra che si­ano le otto di sera italiane. Hai finito la sigaretta, Liuti?».

«Sì».

«Rientriamo va, che qui fuori fa freschetto».

«Va bene».

L’atmosfera era rilassata. I sorrisi si sprecavano, oscillando tra il compiaciuto e lo spocchioso, alla faccia di tutti i casini af­frontati, dalla tenda alla macchina, dal maltempo alla stanchez­za.

La sigaretta fumata su quel molo, su quell’isoletta, quella sera, fu una delle più soddisfacenti. La sensazione di pulito dopo la doccia, il brusio del mare, quella brezza frizzante, il cielo lim­pido. La pace dei sensi.

«Ragazzi, io vado a dormire. Sono morto».

«Buonanotte, Trancio, a domani».

Quella giornata era iniziata bene. Avevamo fatto una bella dormita, ci eravamo svegliati riposati e la vicina meta ci rendeva più euforici del solito.

«Siamo tutti pronti?».

«No, ancora no. Liuti si sta cambiando in tenda».

«Tanto non c’è fretta. Passa la palla, Goush».

Il gioco consisteva nel calciare il pallone più in alto possi­bile sulla collina e aspettare che la forza di gravità lo facesse ro­tolare di nuovo verso di noi. Demenziale.

Le possibilità erano due: o perdevamo il pallone, o avrem­mo centrato uno dei rari automobilisti di passaggio, mancando la presa. Con nostro grande stupore non si realizzarono né l’una, né l’altra ipotesi.

La E06 era diventata E69. Procedevamo in cerca di un po­sto dove lavarci.

«Esci a destra, c’è un ristorante Sami. Possiamo sfruttare i loro bagni».

Era chiuso, ma c’era una fontanella.

«L’acqua è gelida».

«Perché il vento? Ti pare caldo?».

Lavarsi i denti non era un problema e, con un asciugamano a portata di mano, sciacquarsi la faccia non comportava soffe­renze atroci, seppur non fosse piacevole.

Poi accadde l’imponderabile: la sfida dell’uomo contro il freddo.

«Arnù, che cazzo fai senza maglietta?».

«Il freddo tonifica».

«Anche la broncopolmonite, se sopravvivi. Hai per caso deciso di suicidarti?».

«No, vi dimostro come un vero uomo si lava anche le ascel­le in segno di virilità estrema».

«Sei impazzito?».

Il vento soffiava, dal rubinetto uscivano cubetti di ghiaccio. Arnù fece un respiro profondo e si lavò.

«Oddio, sbrigatevi a passarmi l’asciugamano».

«Hai freddo, Arnù?».

«Dai, datemi l’asciugamano. Avete visto come si comporta un vero uomo?».

«Ma chi ti si frega. Stai entrando in ipotermia. Non eri tu quello che non volle farsi il bagno a Trondheim?».

Liuti non volle esser da meno.

«Aspetta un attimo, Liuti. Vogliamo girare un bel filmino di questa impresa. Lo intitoleremo Ci piace ricordarlo così».

«Sbrigatevi che fa freddo».

Appena l’acqua tocco il corpo di Liuti, la spavalderia ab­bandonò il suo viso, cedendo il passo a smorfie di dolore.

«Non potevo lasciare solo quello spocchioso di Arnù in questa impresa».

«Preferisco puzzare e rimanere in vita».

Poco prima di raggiungere il tunnel sottomarino per l’isola di Magerøya, accostammo.

«Riepiloghiamo le cose da fare».

«Contare i soldi, fare il CD con la musica per Capo Nord…».

«E nascondere Chiara prima del casello».

Imboccammo il tunnel una volta sbrigate tutte la pratiche. All’uscita ci attendeva il pedaggio.

Come da manuale, andai lungo di mezzo metro rispetto alla finestrella; così l’addetto non poteva sbirciare dai finestrini.

Nella fila davanti c’eravamo io, Vincent e Trancio. Dietro Arnù e Liuti. Chiara era sdraiata per terra, nascosta da una co­perta e dal sedile centrale, reclinato come tavolino.

«Quanti siete?».

«Quattro più il guidatore».

Il casellante non aveva l’aspetto di un tipo sveglio, ma mai avremmo potuto immaginare un tale grado di rincoglionimento.

Ci fece pagare solo per quattro persone, ignorando sia il nostro “più il guidatore”, sia la sua stessa vista. Noi cinque eravamo ben visibili proprio per non destare sospetti.

«Chi di noi è l’uomo invisibile?».

«Al ritorno proviamo a convincerlo di essere un’auto fan­tasma».

«Sì, quando ci chiederà quanti siamo rispondiamogli ‘nes­suno’. Magari passiamo gratis».

«Comunque Andrea, grazie per le briciole».

«Cosa c’è, amore?».

«Niente, ti sei solo sgrullato i vestiti pieni dei resti di pata­tine, peccato che io sia ancora qui sotto».

«Ops, scusa. Non avevo pensato a te mentre mangiavo le patatine».

«Oddio, Arnù sei il peggio, grazie di averci regalato questo momento. Chiara, ma come fai con quest’animale?».

«A volte me lo chiedo anch’io».

Allontanatici dal casello, Chiara riprese il suo posto, cer­cando di eliminare tutte le briciole di Cric-Croc precipitatele in testa.

«Ci fermiamo per la razione K?».

«Sì, dai, troviamo un bel posticino».

Un piccolo pontile in legno, al bordo della strada, ci ispirò. Tirammo fuori il tonno, i piselli e la canna da pesca.

«Ragazzi, c’è un problema. Non abbiamo acqua».

«Questa è bella, per un motivo o per un altro l’acqua con­tinua a essere la nostra nemesi».

«Sarà divertente tirare giù la razione K senz’acqua».

Incastrammo la canna tra le assi in legno e pranzammo. La pesca andò male anche questa volta. Pazienza. Adesso ci occor­revano liquidi.

A Honningsvåg ci fermammo da un benzinaio. Ormai av­vezzi agli sguardi incuriositi, iniziammo la classica processione ai bagni. Si entrava con una bottiglia vuota, si espletavano le proprie funzioni corporali e si usciva con la bottiglia piena. Il tutto senza comprare nulla di nulla, al contrario sgraffignando qualche nocciolina. La conta dei soldi ci aveva messo di fronte alla pochezza delle nostre finanze.

«A chi tocca prelevare?».

«Vado io, così mi metto in pari con tutti».

«Ok Chiara, ti aspettiamo qui».

Con due ruote sul marciapiede e in divieto di sosta. Per noi italiani non c’è nulla di impossibile se si hanno a disposizione quattro frecce lampeggianti.

Ora dovevamo solo trovare un tetto per la notte.

Pochi chilometri fuori Honningsvåg avvistammo il cartello hytta.

In una delle tante insenature c’era una minuscola isola. Col­legata alla terraferma tramite una stretta e ondeggiante passerella di legno, vi sorgevano sopra due casupole e un piccolo labora­torio di riparazione delle barche. Padrone indiscusso dell’isola era Ole: vecchio lupo di mare norvegese. Privo della mano de­stra, ora si guadagnava da vivere affittando la seconda casetta e riparando imbarcazioni. Viveva lì, su quei due scogli edificati.

La hytta era perfetta: non costava molto, aveva bagno, cu­cina, camera da letto, salotto e soprattutto la sauna.

«Oh, mio Dio! Sai che abraso questa sera. Ci sbraghiamo in sauna e ci rialziamo dopodomani».

Vincent distribuì i sigari della vittoria.

«Tenete, uno a testa».

«È ora di chiudere questa storia».

Il piano era semplice, ma di difficile attuazione. Serviva cal­colo e piede. Mancavano quasi una ventina di chilometri a Nor­dkapp. Inserimmo il nuovo CD nello stereo di Rorbu. Prima traccia: La cavalcata delle valchirie; seconda traccia: We are the cham­pions. Il folle intento era quello di far coincidere l’arrivo a Capo Nord con la partenza di We are the champions. Serviva una preci­sione chirurgica.

«Arnù, fai i calcoli. Mancano una ventina di chilometri. Il limite dovrebbe essere a novanta, ma quello non è un problema. La cavalcata delle valchirie dura poco più di dieci minuti. Dicci te quando far partire il CD».

«Chi guida?».

«Dovete uccidermi per togliermi le chiavi».

«Ok Goush, te all’andata e io al ritorno».

Partimmo. Dopo qualche minuto Arnù diede l’ok.

«Fate partire il CD».

Lo stereo vomitava a tutto volume le note di Wagner, noi eravamo in religioso silenzio.

Stringevo il volante quasi a volerlo stritolare. Sempre più stretto, metro dopo metro.

«Goush, rallenta, altrimenti arriviamo troppo presto».

Rallentai.

«Quanto manca alla fine della canzone?».

«Più o meno tre minuti Arnù, ce la facciamo?».

«Forse no».

Riaccelerai.

«Goush, è meglio arrivare vivi un minuto dopo, che non ar­rivare».

Nessuno credeva fattibile questo assurdo sincronismo. Ep­pure il momento in cui girai la chiave e spensi il motore coincise con l’inizio di We are the champions. Lo ammetto, fu una grandis­sima botta di culo. Alle 17:11 del 23 agosto 2008 avevamo final­mente raggiunto l’agognata meta.

Fomentati dall’arrivo a Nordkapp, dalle note della Cavalcata delle valchirie e di We are the champions, dal perfetto sincronismo tra viaggio e musica, ci lasciammo andare a esultanze sguaiate.

«Campeones, campeones; olè, olè, olè!».

«Maciniamo chilometri, superiamo gli ostacoli; e arrivia­mo… a Capo Nord!».

Cori da stadio rompevano il silenzio, l’euforia rischiò di farci perdere quel minimo di razionalità necessaria alla soprav­vivenza.

«E se andassimo subito al vero Capo Nord?».

«Si potrebbe fare».

Parlavamo di “vero Capo Nord” perché quello indicato sulle cartine come Nordkapp non è il punto più a nord d’Euro­pa. È un’attrazione turistica. Un belvedere in cima alla scogliera.

«Per curiosità, quanto costa entrare a Capo Nord?».

«Venticinque euro».

«Cosa? Venticinque euro per vedere una palla e non essere neanche nel punto più a nord d’Europa?».

«Eh sì. Per questo noi col ciufolo che gli diamo i soldi. Fa­remo la passeggiata fino al vero Capo Nord».

Nel giro di qualche minuto si era alzato un vento polare. Tremavamo. Io stavo scrivendo messaggi euforici con il cellula­re:

«Siamo arrivati a Capo Nord!».

Le risposte furono tutte tra l’incredulo e l’allucinato. Una delle migliori fu di Francesca, mia amica bolognese conosciuta alla festa dell’Unità sulla neve.

«Ti vedo già trionfante che ti stagli su uno sfondo di navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione».

Come le fosse venuto in mente Blade runner ancora non lo so.

«Più che trionfante, congelato… non sento il cellulare sot­to le dita, mi accorgo che digito solo perché vedo aumentare le lettere».

Anche l’SMS di Vale aveva il suo perché. Meno poetico forse, ma di grande impatto.

«Madrinaaaaaaaa, che la forza sia con voi; potere del cristal­lo di luna: azione!!!».

E anche qui, come le sia venuto in mente di accoppiare Mai dire Gol, Guerre stellari e Sailor moon è un mistero degno di Fatima.

Calò una fitta nebbia. Il vento ghiacciato portò con sé le nuvole e queste si trascinarono dietro una pioggia anche più fredda del vento. Le avverse condizioni meteo ci vennero però in soccorso, suggerendoci di non tentare la passeggiata quel po­meriggio. In quel momento rosicammo per non poter raggiun­gere subito il punto più a Nord d’Europa. L’indomani avremmo cambiato idea.

Tornati sull’isola di Ole, ci sedemmo al tavolo esterno: grappa e sigaro. Poi the e, infine, sauna con rituale doccia gelata.

A cena Bucatini ai funghi. Serata tranquilla, quattro chiac­chiere tra amici e la pianificazione del giorno successivo. Secon­do i locali la passeggiata sarebbe stata di un paio d’ore ad andare e un paio a tornare. Poco meno di nove chilometri. Decidemmo di mettere la sveglia verso le otto e mezza, per poter iniziare la grande discesa, il ritorno verso casa, nel pomeriggio.

«Liuti, sigaretta?».

«Ok Goush, facciamoci questa bella ciospa».

Uscimmo fuori.

«Porca puttana ce l’abbiamo fatta, Liuti».

«Eh sì, porca troia. Una marcia trionfale, Goush».

«Quanti anni ci abbiamo messo? Quattro, cinque? »

«Questo è il quinto».

«Se a maggio del ’45 gli americani hanno festeggiato la V.E., oggi è la nostra V.N.E».

«Già. Vittoria in Nord Europa. Sei un maledetto pazzo, Goush».

«Ma che ore sono? »

«Quasi mezzanotte».

«Con questa luce non ci capisco una mazza; sembra che si­ano le otto di sera italiane. Hai finito la sigaretta Liuti?».

«Sì».

«Rientriamo va, che qui fuori fa freschetto».

«Va bene».

Dentro la hytta nessuno si era mosso. Ci si godeva il mo­mento in pieno relax.

«Ragazzi, io vado a dormire. Sono morto».

«Buonanotte Trancio, a domani».

Restammo in silenzio per un po’, ma non uno di quei silen­zi pronti a trasformarsi in imbarazzo. Tra di noi non servivano parole. Con gli amici giusti anche il silenzio è un momento da condividere, meraviglioso e intenso, da assaporare e goderne in complicità.

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