Giorno 2

Ero sveglio quando, poco dopo le otto, squillò il cellulare. Non che avessi dormito molto quella notte. La pioggia incessan­te, il suo martellare frenetico sul tetto e soprattutto l’aggancio delle cinture di sicurezza, sistemato con precisione chirurgica tra le scapole, mi avevano costretto a cambiare posizione più di una volta.

Lo squillo era di Vincent. Almeno lui era vivo.

Rifiutai la chiamata, girai le chiavi, il quadro si accese e ab­bassai il finestrino.

«Vincent, com’è il livello dell’acqua?»

Un grugnito contrariato. Questa la risposta. Comunque eloquente.

«Metto a fare il caffè?».

«Aspetta, Goush. Trancio è ancora in coma, però respira».

«Senza boccaglio?».

«Ah ah, sei proprio un simpaticone! Vieni a vedere la tenda. Anzi, vieni a vedere questo maxi-assorbente».

A fatica mi sfilai il sacco a pelo, cercai sul Ducato le scarpe, gettate chissà dove la sera prima e uscii a controllare la situazio­ne.

Aperta la cerniera verticale della canadese, feci capolino.

«Buongiorno».

«Ecco una testa di cazzo che entra in questa enorme tenda­vagina blu».

«Metto a fare il caffè».

«Grazie, Goush».

Lo spettacolo era grottesco. Per arginare in qualche modo l’inondazione erano serviti tre rotoli di Scottex, più un paio di carta igienica. C’era carta assorbente fradicia ovunque: lungo tutte le cuciture, sotto i tappetini, al centro della tenda, alla base dei pali. Ovunque. Parte dei vestiti e delle coperte erano umidi, se non bagnati. La tenda completamente zuppa.

Fatta colazione non ci restava che smontare quell’acqua­park. Lasciate le varie componenti ad asciugare al sole, ne ap­profittammo per razionalizzare lo spazio dentro Rorbu. Era questo il nome scelto per il Ducato, in onore delle baracche dei pescatori norvegesi.

Fuori tutti gli zaini, fuori la spesa, fuori le bombole di gas e i fornelletti.

L’epopea del ‘grande razionalismo tedesco’, come la ribattez­zammo, iniziò con l’occupazione abusiva di altre due piazzole, riempite dai nostri averi più ingombranti.

Nel bagagliaio finirono quattro zainoni, le bombole e la carta igienica, i fornelletti e i tappetini. Sopra mettemmo gli altri due zaini, le coperte, i sacchi a pelo, i giubbotti invernali e le sto­viglie. Sull’ultima fila di sedili la spesa e gli zainetti più utili; in­castrato tra la seconda e la terza fila c’era il borsone con la tenda, la cassetta con le bottiglie di vetro e, in fondo, quasi irraggiungi­bile, la busta per la pulizia con il sapone per piatti, le spugnette, le saponette di Marsiglia e altre amenità inutili di questo tipo. Soddisfatti, ritirammo i panni ancora umidi e partimmo verso la Germania.

Ci fermammo a pranzo in un’area di sosta bavarese, dopo aver sbagliato strada nei pressi di Monaco.

Panini per tutti. Non ci saziarono. Del resto la precedente cena non era stata del tutto soddisfacente. Ci guardammo in fac­cia, poi osservammo il tavolo liberatosi affianco a noi. Spiccava­no due piatti con delle patate abbandonate al proprio destino e

un cestello di pane.

«È un peccato sprecare il cibo».

«Già, nel mondo c’è gente che muore di fame».

«Ho capito. Finiamoci queste patate».

«Direi di sì».

Decisione unanime. Prendemmo i due piatti, li spazzolam­mo per bene e, dopo un’accurata scarpetta, li rimettemmo a po­sto lindi e pinti.

Lo stato di abbrutimento, già al secondo giorno, raggiun­geva picchi di una certa importanza. Pazienza. Ripartimmo sen­za curarci di questo.

Ripresa la E45, dalle parti di Norimberga demmo vita a un bel siparietto con una BMW: sorpassi e controsorpassi. Nulla a che vedere con le competizioni automobilistiche. Il nostro uni­co scopo era quello di ammirare la bella ragazza seduta dal lato passeggero, ma il tizio alla guida non sembrava molto felice di ciò. In fondo non poteva fregarcene di meno.

Il nostro fica-watching fu interrotto solo quando il contachi­lometri segnò 7361. Dovevamo festeggiare i nostri primi mille chilometri. Trancio scavalcò la prima linea di sedili, si sdraiò a mezz’aria tra i poggiatesta e, con l’eleganza di Nadia Comaneci, estrasse dalla cassetta l’amaro.

«E ora festeggiamo».

Giù un bel sorso. Lo passò a Liuti, poi a me e io a Vincent.

«Ma sto guidando».

«Mica devi finirlo, bagnati le labbra».

Avremmo festeggiato altre undici volte prima di tornare a casa.

«Ragazzi, dobbiamo fare benzina».

«Ok, fermiamoci alla prossima area di servizio».

«Prendiamo anche qualche birretta?».

«Certo, Goush, in fondo siamo pur sempre in Germania. Qui le birre te le tirano in faccia».

Detto fatto, mentre Vincent e Trancio riempivano il serba­toio dell’assetato Rorbu, io e Liuti entrammo a far rifornimento di birre.

«Liuti, ci sono le Paulaner».

«Ottimo, quante ne prendiamo?».

«Beh, sono dieci. Direi tutte».

Ci fermammo ancora verso le otto e mezza in una sperduta area di sosta, completa di bagni, vicino a Kassel; nel cuore della Germania. Avevamo percorso più o meno ottocento chilometri.

Mettemmo l’acqua per la pasta, ma capimmo subito la vel­leità di quel gesto: grazie alla pochezza di quel fornelletto l’acqua non bollì mai. E pensare che in lui erano riposte le nostre mi­gliori speranze. In più si era fatto buio e non si vedeva un bel niente. Dunque, per la seconda sera consecutiva, ci acconten­tammo della razione K.

«Ma come ci sistemiamo per la notte?».

Domanda lecita quella di Vincent.

«Facile: due sui sedili e due per terra tra la prima e la secon­da fila e tra la seconda e la terza, spostiamo spesa e tenda. Io posso dormire dietro. Chi altro dorme per terra?».

«Ci dormo io, Trancio. E Liuti e Vincent dormono sui se­dili, ok?».

«Sì, perfetto. Prepariamo questi giacigli allora».

Io e Trancio liberammo il pavimento di Rorbu e ci inca­strammo nei due claustrofobici canyon di sedili e acciaio. Nu­meri di alto contorsionismo, soprattutto per Trancio: a lui spettava il posto dietro, quindi era costretto a scavalcare la se­conda fila di sedili e a infilarsi in un cantuccio minimo. Per me era più semplice: potevo sfruttare il portellone ai miei piedi per entrare in tutta comodità.

Non era malvagia come sistemazione. Poco più stretta del­le mie spalle e lunga esattamente un metro e ottanta, come me. Piedi e testa toccavano i portelloni, ma non era un problema; era precisione millimetrica.

Piuttosto mi diede fastidio la pioggia, entrata dal finestrino aperto sopra la mia testa; mi svegliai e lo accostai. Chiuderlo del tutto significava soffocare, ammorbati dal nostro stesso odore.

37