Giorno 14

Rumori e scricchiolii sinistri mi spinsero ad aprire un oc­chio.

Un Liuti ancora mezzo addormentato si accartocciava sulla scaletta, nel vano tentativo di scendere dal letto a castello. Uscì dalla hytta provvisto solo di mutande. Quando alle dieci e mezza suonò la sveglia trovai la conferma della mia teoria.

«Liuti, ma dove sei andato questa mattina presto in mutan­de?».

«Dovevo pisciare».

«E sei arrivato fino al bagno, girovagando mezzo nudo per il campeggio?».

«No, non credo. Stavo dormendo quindi non ricordo be­nissimo, ma sono abbastanza certo di averla fatta sulla siepe qui fuori, proprio perché non mi andava di vestirmi».

Sistemati a casaccio tutti i nostri averi sul Ford Transit, un furgone privo di anima, andammo diretti da Europcar, decisi a rimpossessarci del nostro fidato Rorbu.

Tutto ok, erano riusciti a riparare il guasto. Si era spaccato il manicotto. Con la nostra casa su ruote di nuovo in perfetta forma, il morale non poteva che essere alto.

«Ora, sparati verso il grande nord».

«Perfetto, Goush».

Ripresa la E06, una sorta di “Route 66” norvegese, pun­tammo diretti al circolo polare artico.

«Dove ci fermiamo a pranzo?».

«Boh, dovremmo essere vicini alle rovine di un tribunale vichingo, che dite? La facciamo questa piccola deviazione per Logtun?».

«Quant’è?».

«Una decina di chilometri circa».

«Bene, allora seguo per Logtun».

Giunti a destinazione ci preparammo per la solita razione

  1. Ma questa volta c’era un problema e fu Vincent a farlo nota­

re: «Ma avete visto queste scatolette di piselli?».

«Cos’hanno di strano?».

«Come le apriamo senza apriscatole?».

«Mmh… le scagliamo fortissimo contro l’albero?».

«Io ho un paio di forbici, forse con quelle riusciamo a bu­carle per poi fare leva con una forchetta».

«Bravo, Goush, vedi che se ti impegni riesci anche a dire cose sensate? Vai a prenderle e vediamo cosa si può fare».

E le forbici funzionarono. Tonno e piselli e una banana per dessert, un altro banchetto regale era servito.

Il tonno però iniziava a darci alla testa. Preso da un raptus hippie, Liuti colse un paio di margherite e si mise a volteggiare a piedi nudi, felice come un bimbo sotto al carillon nuovo.

Questo stimolò la mia vena sessantottina: dopo circa due minuti eravamo in due a piedi nudi, con le margherite in testa, a giocare a “giro, giro tondo”.

Arnù non resistette. Messosi una spiga in bocca e il cappel­lo di paglia, imbracciò una vanga rimediata lì intorno e si diresse minaccioso verso di noi:

«Andate via, maledetti fricchettoni!». «Oh no, sta arrivando il contadinotto reazionario, scappia­mo, Goush». Dopo una decina di minuti ritrovammo quel minimo di senno necessario a ripartire. La sosta breve si era trasformata, come al solito, in quasi un’ora di cazzeggio. Risaliti su Rorbu ri­partimmo.

«Meno dieci».

«Meno dieci?».

«Meno dieci agli 11361 chilometri».

«Tirate fuori l’amaro, manca un chilometro».

Avevamo tagliato il traguardo dei cinquemila chilometri. E non eravamo neppure a metà.

La E06 proseguiva e noi con lei.

«Goush?».

«Dimmi, Trancio».

«Ma da quanto è che non incrociamo un paese?».

«Boh, saranno una ventina di minuti. Siamo nel nulla più assoluto, se non fosse per l’asfalto, che poi è quello che è, si di­rebbe che siamo gli unici esseri umani passati da queste parti».

Infine comparve il cartello tanto atteso. Su un arco sopra la statale c’era scritto: “Nord Norge”.

La sosta nell’adiacente area di servizio fu automatica. Era­vamo entrati nelle regioni settentrionali, eravamo poco al di sot­to del circolo polare artico. Eravamo felici.

«Fermi tutti e gioite».

«Vincent, che è successo?».

«Ho ritrovato la marmellata di Trancio, dispersa fin dal se­condo giorno».

«Aspetta che arrivo, voglio vedere dove cavolo si era cac­ciata».

Mi precipitai su Rorbu, ma presi male le misure. Il tonfo si sentì per diversi chilometri così come il mio fine ed elegante Porca-troia-che-pezza. Con la portiera aperta, il balzo per entra­re fu troppo esuberante, ciò mi portò a dare una capocciata d’inaudita violenza contro il tetto del Ducato. Con le lacrime agli occhi, non sapevo se mettermi a ridere per l’accaduto o a piangere per il dolore. Gli altri avevano tutti già fatto la loro scel­ta. Risero fino alle lacrime e ancor di più quando Trancio piazzò il carico:

«Perché ti sei voluto decapitare?».

«Invece di dire stronzate, passami un biscotto con la mar­mellata».

«Già era rincoglionito prima, figuriamoci ora».

Ancora rintronato, cedetti il volante all’irriverente Trancio e ripartimmo.

«Ma se facessimo un’altra deviazione?».

«Dove vuoi andare, Tranciolino?».

«Pensavo al monte Torghatten, il monte bucato».

E così ci dirigemmo ancora verso la costa atlantica, alla ri­cerca del monte bucato.

L’idea di base non era quella di fermarci a lungo. Volevamo arrivare sulla strada costiera, avvistare la montagna e andarcene. Purtroppo con un cielo plumbeo e l’avanzare della sera non riu­scimmo a scorgere il Torghatten. Dopo un breve summit, valu­tammo l’inutilità di rimetterci in macchina con il conseguente rischio di perderci. Davanti a una fermata dell’autobus ci met­temmo a preparare la cena. La tettoia riparava il fornelletto e il pentolone dalla pioggia e dal vento. Verso le dieci di sera risa­limmo in macchina, decisi a trovare un posto imboscato dove dormire. Svoltato su una piccola stradina sterrata, giungemmo nelle vicinanze di una fattoria. Fermammo Rorbu su uno slargo vicino al bosco e montammo la tenda di Arnù. Solito schema quattro-due: noi quattro su Rorbu, Arnù e Chiara in tenda.

Il nostro arrivo incuriosì non poco un simpatico micetto, ma eravamo troppo stanchi per dargli retta. Arnù e Chiara teme­vano potesse graffiare la tenda o, forse ancora peggio, lasciare qualche ricordino organico e maleodorante. Ignorato, il gatto perse interesse verso di noi e se ne andò. Ora potevamo metter­ci a dormire.

«Goush, dobbiamo trovare una sistemazione al pallone, è la seconda volta che mi rotola in testa».

«Piazzalo dove ti pare Trancio».

«Ecco, lo metto qui in mezzo, sotto i sedili di Liuti, così ab­biamo anche una sala hobby».

«Fichissimo, passa la palla».

«Ecco a te».

«Volete andare a dormire voi due maledetti dementi, inve­ce di passarvi la palla sotto i sedili?».

«Ok Liuti, la finiamo qui. Buonanotte».

«’notte».

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