Giorno 13

 La sveglia suonò verso le nove. Preso atto dello stato di ca­talessi in cui versavano i miei amici, mi alzai e misi a fare il caffè. Solo Chiara era sveglia, gli altri quattro non erano pervenuti. Fatta colazione e fumata la sigaretta, nessuno si era ancora alza­to.

«Direi che è ora di far alzare i pupi».

«Ok, io sveglio Andrea, te come pensi di fare?».

«Smonto la tenda con loro dentro».

Iniziai con la verandina, via i picchetti, via i pali.

«Goush, che stai facendo?».

«Smonto la tenda».

«Ti rendi conto che noi stiamo ancora dentro?».

«Certo, ma non vedo alternative per costringervi ad alzar­vi».

Un rantolio sommesso e di disapprovazione, poi Trancio uscì.

«Tieni il caffè».

«Grazie, ma questi biscotti che abbiamo comprato sono in calcestruzzo?»

«Pare di sì. Del resto immaginavamo tutti che la qualità non fosse il punto di forza delle Marie. Ah, non migliorano se li im­mergi nel caffè».

«Vedo. Però il loro dovere lo fanno. Mi sembrano nutrien­ti».

«No, sono solo composti da un materiale espandibile. Una volta nello stomaco si dilatano dando un finto senso di sazietà. Ma sono nutrienti quanto il legno».

«O quanto il calcestruzzo».

Dopo la verandina fu la volta del copritenda. Messi alle corde, Liuti e Vincent uscirono con ancora un occhio, se non due, chiuso.

La prima cosa da fare era trovare un campeggio con hytte, ce n’era uno in riva al mare. Venti minuti dopo eravamo esplosi nella casetta. Zaini e vettovaglie sparse ovunque.

La seconda missione della giornata consisteva nel portare il Ducato all’assistenza Europcar di Trondheim. Avevamo resi­stito fin’ora, ma adesso non restava altra scelta se non farlo con­trollare.

Avevamo il terrore di portarlo da Europcar. C’era la possi­bilità di non trovare un nove posti in sostituzione. In quel caso ci avrebbero dato due macchine senza costi aggiuntivi, ma que­sto significava niente turn-over legale dei guidatori e, soprattut­to, raddoppiare i costi di benzina e pedaggi. Senza contare il problema delle notti in macchina. Nel Ducato dormivamo bene, in una macchina poco spaziosa avremmo avuto serie difficoltà.

Incrociammo le dita, sperando fosse un guasto risolvibile in una giornata. Ci andò bene. In sostituzione di Rorbu ci die­dero un altro nove posti: un Ford Transit. Il Ducato lo avrem­mo ripreso il giorno dopo. Ora potevamo goderci Trondheim in tutta tranquillità.

Cominciammo con il cibarci. Il mercato vicino al porto non era come quello di Bergen, ma offriva ottime polpette di pe­sce. C’era un solo problema: le polpette erano molto apprezzate anche dai piccioni. Subimmo un paio di assalti all’arma bianca; tutti respinti. Fu Liuti a rischiare di più. Uno di quei maledetti topi con le ali gli si avvicinò quatto quatto alle spalle e tentò di sgraffignare la polpetta al volo. Liuti fece un salto per lo spaven­to e con questo gesto salvò il suo pranzo.

Seduto sui gradoni, a pochi metri da noi, c’era un intellet­tuale. Curato, ma non elegante. Occhialetto da lettura, libro in mano, zaino da studente. Con aria circospetta si guardava intor­no e, tentando di non farsi notare, si cacciava una lunga cannuc­cia in bocca e beveva. Cosa beveva? Non ci è dato saperlo; l’altra estremità della cannuccia terminava nello zaino. Dopo un paio di sorsi si affrettava a rimettere tutto a posto. Quindi ricomin­ciava a guardarsi attorno per capire se avesse attirato la curiosità di qualcuno. Restammo perplessi. Chissà quale futuristica mi­scela di alcool e droghe stava assumendo.

Il pranzo era quasi completo: mancava solo il dessert. Una vaschetta di gelato al cioccolato sarebbe stata perfetta.

«Sì, ma come lo mangiamo un gelato in vaschetta?».

«Io ho un paio di cucchiaini».

«E gelato sia, allora».

Dopo il gelato, la cattedrale. Dopo la cattedrale, il parchet­to davanti alla residenza reale.

C’era gente molto folkloristica in quel giardino. Al di là di un paio di innocui barboni, c’era chi pisciava sul cancello del pa­lazzo reale, incurante dei turisti. E c’era chi sfamava uccelli di ogni tipo e misura. Piccioni, gabbiani, passeri e pterodattili. Un centinaio di volatili si accalcava ai piedi di questo tizio per qual­che briciola di pane. E continuavano ad aumentare. Considerata l’esperienza del pranzo, ce ne andammo prima di essere som­mersi dagli uccelli stessi o dai loro escrementi.

Nel nostro vagabondare scoprimmo due cose interessanti: primo c’era una festa universitaria quella sera; secondo, le matri­cole norvegesi entrano in specie di confraternite all’americana e, all’inizio dell’anno scolastico, si coprono di ridicolo per le vie della città, affrontando improbabili prove. Arrampicata sul palo, staffetta in salita e altre amenità di questo genere. Il tutto sotto lo sguardo attento degli studenti più anziani. E delle studentesse più carine, usate come esca.

Anche Trondheim aveva la sua fortezza. Banalmente posta sulla cima di una collina, offriva una vista panoramica sulla città. Lì conoscemmo un ragazzo milanese con evidente bisogno di fare quattro chiacchiere in italiano. Era in inter-rail solitario, un’esperienza ai limiti della pazzia per come la vedo io. Intuita la nostra nazionalità, iniziò a parlare senza sosta. Ci raccontò del viaggio e di cosa faceva nella vita. Uno scambio equo: lui ci disse cosa aspettarci dal nord della Norvegia e noi gli offrimmo una mezz’oretta di chiacchiere.

Salutato il viaggiatore solitario tornammo in campeggio.

«Mica vorremmo lasciare inutilizzato il campo da calcet­to?».

«Non sia mai detto, Goush».

«Bene».

«E dopo la partitella bagnetto al mare».

«Trancio, te sei matto come una seppia. Ci sto».

«Vincent? Te lo fai il bagno?».

«Non posso lasciarvi soli in questa vaccata».

«Liuti?».

«Va bene?».

«E te Arnù?».

«Con questo freddo? Ma voi siete matti».

«Sì che siamo matti. Dai, non fare la merdaccia, fatti il ba­gno».

«Non ci penso proprio».

«Lo sai che dobbiamo farla qualche follia. E il bagno in Norvegia merita».

«Ma infatti nessuno vi impedisce di farlo».

Non ci fu verso. Arnù non si tuffò. L’acqua era bella fresca, per non dire ghiacciata e fuori la temperatura non era certo più mite. Ma con una doccia calda a disposizione era fattibile. Fu un’esperienza intensa e pungente. Come una sauna al contrario.

Il campeggio regalava un personaggio a dir poco appari­scente: il “mignottone” di colore. Scarpe rosso fuoco con tacchi di almeno mezzo metro, camminata molto incerta, dovuta alle sue calzature infernali, minigonna ascellare. Era una caricatura. Anche quando andava a farsi la doccia, vestita del solo asciuga­mano, non si separava mai dalle scarpe della morte. Vagava per il campeggio con sguardo vacuo. Uno spettacolo pietoso.

Scioccati dall’insanità mentale di quella donna, cenammo e uscimmo.

Ci imbucammo alla festa universitaria consapevoli di un fatto: sarebbe potuta essere l’ultima occasione di vita sociale pri­ma del grande nord. La prossima grande città sul programma era Stoccolma, in pieno ritorno a casa.

Presto ci accorgemmo di un dato sconfortante: le cozze erano in netta maggioranza. Di perle ce n’erano pochine e tutte accompagnate. Poche belle ragazze, musica trash; certo non una serata memorabile, ma comunque piacevole. Qualche birra e le prese in giro delle sempre bizzarre pettinature scandinave ci aiu­tarono. I nordici si pettinano o creando ciuffi intergalattici o in­filando le dita nella presa della corrente. Non ce n’è uno con dei capelli normali.

Prendemmo la via di casa verso l’una e mezza. Vincent dormiva sdraiato sull’ultima fila di sedili del Ford Transit.

«Ma lo sentite quanto russa?».

«Lo svegliamo?».

«Che vuoi fare, Goush?».

«Secondo te, Trancio?».

Accelerai.

«Ti ho capito. Vai, fallo».

All’imbocco di una rotonda il piano era chiaro a tutti.

Frenata brusca e sterzata. Vincent si cappottò.

«Ma vaffanculo! Che è successo?».

«Niente Vincent, la rotonda».

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