Giorno 12

In Norvegia la manutenzione delle piazzole di sosta, la cura delle aiuole, è molto frequente.

Smontammo la tenda di Arnù poco prima di vederla pota­ta, insieme al prato, da un’enorme mietitrebbia. Esagerato? For­se, ma il guidatore dell’immondo mezzo non sembrava propenso a deviare solo perché intralciato da una tenda abusiva.

Ingurgitata l’ampia dose di caffeina mattutina, contemplan­do il fiordo assolato, studiammo il percorso giornaliero.

Geiranger, Strada dei Troll, Strada dell’Atlantico, arrivo a Tron­dheim in serata. Facile a dirsi, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E nel paese dei fiordi questo proverbio calza alla perfe­zione.

Passata la cittadina di Geiranger, ci imbarcammo su un tra­ghetto per attraversare il fiordo.

«Ragazzi, ma se imboschiamo Chiara e paghiamo solo in cinque?».

«Si può fare, dove mi nascondo?».

«Sdraiati per terra dove dorme Goush. Ti copriamo con una coperta, un paio di zaini e le gambe di Liuti e Arnù seduti sui sedili sopra di te. Abbassiamo lo schienale del sedile centrale e sistemiamo un po’ di roba sul tavolino».

Detto fatto. Nel giro di qualche minuto di Chiara non v’era più traccia.

«Quanti siete?».

«Cinque».

Tutto liscio come l’olio. Se escludiamo il fatto di aver pa­gato per sei andò tutto secondo i piani. Pagammo per sei perché l’omuncolo addetto alla vendita dei biglietti capì: cinque passeg­geri, più il guidatore. Un rincoglionito.

Sull’altra sponda iniziava la salita per la Strada dei Troll. Il Ducato era in seria difficoltà: l’acqua usciva dal radiatore alla stessa velocità con cui l’immettevamo. Solo per salire ne consu­mammo quasi quattro litri. Le pendenze superiori al dieci per cento costringevano a utilizzare marce basse: la seconda, a volte la terza, ma per ripartire dopo un tornante, con un Ducato a pie­no carico, anche la prima. Il motore si surriscaldò. Arrivati in cima ci fermammo per pranzo e per far rifiatare il nostro soffe­rente Rorbu.

Razione K e show di Arnù in crisi intestinale.

«Carta igienica presa, salviettine prese. Io vado».

Saltando da un masso all’altro come un capriolo, Arnù per­corse due-trecento metri, voltandosi per capire se fosse in vista. Poi sparì dietro a un costone di roccia.

Tornò una decina di minuti dopo.

«Fatta tutta?».

«Sì, ora sto meglio, è sempre un piacere espletare i propri bisogni all’aria aperta, con una bella vista».

«Eri nascosto bene o ti sei aggrappato a una roccia defecan­do nel vuoto del burrone?».

«No, ero nascosto. Almeno ai vostri occhi. Poi mi sono voltato dall’altra parte e ho visto un secondo posto d’osserva­zione. Ma ormai era troppo tardi. Se c’era qualcuno con un bi­nocolo, o con una buona macchina fotografica, si è gustato tutto in diretta».

«Mamma mia, non vorrei essere nei loro panni».

«In effetti neanche io».

Ora dovevamo scendere. La strada dei Troll è una sorta di mulattiera asfaltata; composta da undici tornanti e con una pen­denza superiore al quindici per cento, non è certo l’ideale per un furgone con problemi di surriscaldamento.

Rabboccammo l’acqua e affrontammo il nostro destino. Limitando al minimo il freno-motore per evitare di fondere, il peso di Rorbu a pieno carico iniziò a gravare sui freni. Quando sentii che il pedale iniziava a scendere troppo morbido decisi per il turn-over. Freni a riposo, sotto con le marce basse. Quando la temperatura dell’acqua salì, nuovo cambio di strategia. Fisso in quarta e pompare sui freni. Arrivati in fondo demmo respiro a un ansimante Rorbu.

«Goush, ma che è questa puzza?».

«Sono i freni Arnù, non è che andavo in quarta per diver­tirmi, è che stavamo fondendo il motore; e quando i freni hanno iniziato a surriscaldarsi ho usato solo marce basse, ma non è che volevo fondere, è che volevo essere sicuro di avere i freni anche per i prossimi giorni».

Con altri tre litri d’acqua nel radiatore e qualche traghetto, giungemmo all’imbrunire alla Strada dell’Atlantico. Una molti­tudine di isolotti collegati da una lunga serie di ponti ricurvi, tutti armonizzati alla perfezione nel paesaggio. Un continuum omo­geneo di saliscendi in mezzo all’oceano. In serata giungemmo a Trondheim.

Optammo per il campeggio libero, uscendo dall’autostrada una decina di chilometri prima della città e salendo verso le col­line.

Trovammo uno spiazzo vicino a un sentiero nel bosco e montammo entrambe le tende, sarebbe stato il banco di prova per il nostro ospedale da campo, rattoppato con lo spago alla baita dell’ubriaco. Ci eravamo appena sistemati quando ci im­battemmo in un cacciatore di ritorno a casa.

«Possiamo campeggiare qui per questa notte?».

«Non lo so, dovete chiedere a Olav, la proprietà è sua».

Lo prendemmo come un sì.

Pasta al pesto per cena, the caldo, grappino e un cielo stel­lato come tetto. Avremmo dormito in tenda per la seconda not­te dall’inizio del viaggio. Chi stava meglio di noi?

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