Giorno 11

«Ma se ci freghiamo il tagliere?».

«Beh, in effetti potrebbe essere utile».

«Perfetto, allora è deciso, prendiamoci il tagliere».

Purtroppo non andò tutto come previsto. Il tagliere riu­scimmo a rubarlo senza problemi, ma le nostre scarse capacità intellettive mattutine portarono a un involontario scambio di utensili. Lasciammo nella hytta i nostri coltelli da bistecca e ci prendemmo dei ridicoli e inutili coltelli da gelato sciolto. I nostri erano in grado di tagliare più o meno qualsiasi cosa commesti­bile, quelli presi per errore non sono sicuro potessero affettare del burro. Erano buoni solo per spalmare la marmellata. E fu questa la causa dell’errore, finita la colazione mettemmo via i coltelli usati quella mattina e non i nostri, usati e lavati la sera precedente. Maledetti idioti.

Nonostante il disguido eravamo di buon umore. Pianifi­cammo così le prime due grandi deviazioni sulla tabella di mar­cia. Il piano originale prevedeva di restare lontano dalla costa, andare dritti a nord e arrivare il prima possibile a Trondheim. Quel giorno decidemmo diversamente. Saremmo andati prima a nord-est, a Nygard, per vedere il più esteso ghiacciaio dell’Eu­ropa continentale.

Poi saremmo tornati sui nostri passi e ci saremmo diretti a ovest, verso la costa e verso la Strada dell’Atlantico. In questo modo avremmo percorso anche la celeberrima Strada dei Troll. I pro della decisione erano evidenti: avremmo visitato splendidi posti altrimenti ignorati. I contro erano pari al notevole numero di chilometri in più da percorrere, con un mezzo sempre in gravi difficoltà idriche.

Come detto vinsero i pro. In tarda mattinata arrivammo al Jostedalsbreen Nasjonalpark e ci incamminammo verso il ghiaccia­io. Tre chilometri ci avevano detto. Una mezz’ora al massimo. I chilometri ci sembrarono trentatre e la passeggiata di mezz’oret­ta divenne circa un’ora e mezza di camminata tra sentieri, bo­schetti e rocce. Liuti ci rimise un ginocchio. Scivolò su un masso reso viscido dalla pioggia e si procurò un bel buco tondo. La pic­cola ferita grondava una quantità imbarazzante di sangue, so­prattutto in rapporto alle dimensioni irrisorie del taglio. Con i jeans arrossati e i fazzoletti legati sul ginocchio con il cordino della felpa, lo zoppicante Liuti appariva come un reduce di guer­ra.

«Mi hanno beccato, Goush, un colpo alla gamba».

«Liuti, ma stai zitto. Piuttosto guarda la fasciatura che ti ho fatto, un capolavoro».

Il secondo ferito fu Vincent. Eravamo giunti al ghiacciaio e ci preparavamo a mangiare la solita razione K. Udimmo solo l’imprecazione. Vincent era scivolato su una roccia, facendosi male al polso e rischiando un tuffo nel gelido torrente. A metà del ritorno Liuti illuminò la scena. Dopo aver osservato l’ardita fasciatura al ginocchio, posò lo sguardo sul suo zaino. Aveva la faccia di chi l’ha combinata grossa. Capimmo al volo cosa stava pensando.

«Forse ho sfattonato».

«Liuti, non dirmi che hai i cerotti nello zaino. Non me lo dire. Non vanificare quell’assurda fasciatura».

«Mi sa di sì».

Non li aveva, così si risparmiò una sfilza di commenti poco edificanti sul suo tasso di rincoglionimento.

Tornati al Ducato, incerottammo Liuti e fasciammo il pol­so a Vincent; poi ripartimmo.

«Ecco cos’altro poteva capitarci, Goush. Non sarà un me­teorite, ma due feriti mi sembrano comunque un buon risulta­to».

«Certo Arnù, che se tu non gufassi…».

Secondo lo stradario saremmo dovuti tornare sui nostri passi per una cinquantina di chilometri, deviare a nord-ovest sulla statale 5 e infine riprendere la E39. Ma studiando la mappa balzava agli occhi un dato interessante: la piccola e malconcia provinciale percorsa per raggiungere il ghiacciaio proseguiva a nord per poi morire a pochi chilometri dalla E39.

Entrò in scena la nostra proverbiale saggezza.

«Figuriamoci se non esiste una stradina qualsiasi che colle­ghi questa sfigatissima provinciale con la E39 più a nord. Se pro­seguiamo per di qua potremmo risparmiare quasi un paio d’ore».

«Sono d’accordo con te Trancio, sulla cartina non saranno segnate perché magari in inverno gelano o perché sono male asfaltate, ma una stradina ci sarà».

Optammo per l’avventura. La strada era in condizioni pie­tose: stretta, sporca, piena di buche e con l’asfalto, se così fosse possibile chiamarlo, rovinato come un mobile dalle termiti.

«Dai, non è segnata per questo».

«Sicuro, Goush».

Mezz’ora di rally, tra banchi di nubi basse, ci condussero all’amara verità. Una muraglia di pietre. La strada si interrompe­va lì; un piazzale in ghiaia e due cave di pietra, una a destra e una a sinistra, decretavano il fallimento della nostra intuizione. Nes­sun problema: inversione di marcia e ancora un po’ di rally. Ror­bu perdeva sempre più acqua e aveva ripreso a diluviare.

Ci abbandonammo al delirio cinematografico: PIOVESULBAGNATO. Un film di Oreste Nubifragio. ACCA-DUE-O. Il primo film di John Rain. Questi i due capolavori partoriti dalle nostre insulse menti. E non era tutto. Restava una sola caramella tossi­ca all’arancia. Ormai ne eravamo schiavi. Erano una droga e ne restava solo una. Il delirio prese una piega violenta. Liuti minac­ciava e accusava a casaccio, Arnù lo istigava. Eravamo ripiom­bati indietro di migliaia di anni; più bestie del solito.

«Qualcuno ha fatto l’infame. Ce n’erano almeno undici ie­ri».

«Liuti, ma che stai dicendo, quando mai le hai contate?».

«Non lo so, ma mi sembravano undici».

E il tempo peggiorava a ogni chilometro.

«Ragazzi, volete sapere cosa sarebbe veramente provocato­rio?».

«Vai, Goush, spara».

«Un fiordo con il sole. Ho avuto questa visione».

«Ecco, giusto una visione poteva essere. E inizio a capire che fine abbiano fatto le ultime caramelle. Te le sei finite e ora sei in overdose».

«Ha ragione Liuti, Goush sei strafatto di arancia».

Non fui io a finire le caramelle, ma il mistero è tutt’ora ir­risolto e io vengo ancora accusato.

Ci fermammo a tarda sera in un campeggio. Reception chiusa, abbondante spazio per montare le tende, cucine e bagni a disposizione.

«Fermiamoci qui. Mangiamo e poi montiamo la tenda, do­mani paghiamo».

Ci fermammo, cenammo, ci lavammo. Osservammo la pioggia cadere copiosa, rimontammo in macchina e ripartimmo. Ci rallegrò l’aver scroccato una cucina, dei bagni e la connessio­ne internet.

Ci fermammo poco dopo in una piazzola di sosta con vista sul fiordo; Arnù e Chiara montarono la tenda mentre noi ci pre­parammo per l’ennesima notte in macchina. Lo schema quattro-due era ormai collaudato e vincente.

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