Il Maracanà. Un sortilegio ha trasformato il comitato elettorale nel più caotico degli stadi. C’è gente ovunque, spuntano telecamere come funghi. Va bene, ma fatemi passare. Fuori piove, son arrivato in moto, non ho trovato parcheggio, son già bagnato, fatemi entrare. Non ho neanche cenato, svolto a sinistra verso la sala con il buffet. Quale atmosfera si respira? La migliore. Una ragazza si avvicina:

– “Mi versi un po’ di vino? Devo salire e rimettermi a lavorare.”
– “Certo, ma sei sicura? Fossi in te poserei il bicchiere e prenderei tutta la bottiglia”.

E’ ora di andare nell’altra sala, quella dei computer, del televisore, dei giornalisti e di chi lavora.
Una chitarra acustica troneggia su uno scaffale vuoto. Sulla cassa armonica il logo “Bersani 2013” e qualcosa scritto con un pennarello. L’Hashtag twitter #pb2013 e una frase: “E alla meta arriviamo cantando, o non arriva nessuno”. Mi verrebbe da aggiungere “Rock&Roll”. E’ come un angolo di sessantotto, una spolverata di Woodstock.

Il TG1 manda in onda i primi dati, sessantuno e mezzo Bersani. La sala esplode sfrenata. Un boato. E chiunque fosse da altre parti accorre per vedere cosa è successo.
“Matteo ha la febbre, trentotto e mezzo.” Una bella legnata queste prime percentuali.
E’ il momento buono per andare finire la cena. Mi fiondo indisturbato sul vino, sul tiramisù e sui profitterol. Ho tutto il buffet per me. Una grande conquista. Ha smesso di piovere ed esco per una sigaretta. Ora va meglio.

E’ ora di tornare nella bolgia. Quattro passi tra i cavi sul pavimento e vengo subito placcato da un amico:

-“Domani sera giochiamo alle otto. Ci sei?”
– “Si, il torneo di calcetto ha sempre la precedenza”.

Mi trovo un angolino tranquillo, non sono il solo a sentire il bisogno di un posto “senza telecamere”, anche Francesca la pensa così. Ma bisogna prender atto di un particolare: i cameraman equilibristi eo scalatori sono un’attrazione. Malvagio, li osservo compiere peripezie con un piede su una sedia e l’altro su uno scaffale, aspettando il momento ludico dell’inciampo nei cavi. Siamo seri, un bel capitombolo, se privo di conseguenze, fa sempre ridere. Non è cattiveria. Nessuno cade. Forse è meglio così.

C’è così tanta varia umanità da meritare un po’ di attenzione. I vecchi comunisti nostalgici restano sempre i più facili da individuare. Si deve far caso ai dettagli. Indossano sempre qualcosa di rosso, spesso hanno svariati paia di occhiali appesi al collo, la barba, di norma filosofica, o almeno i baffi, folti. E, ovvio, il tipico fisico delle “buone forchette”.

– “Renzi ha finalmente fatto qualcosa di sinistra: ha perso”. Non so chi l’abbia detta, ma comunque merita il Pulitzer.

Alle dieci ci spostiamo tutti al teatro Capranica. Lì ci sarà la festa e il primo discorso da candidato premier di Bersani. Il podio sul palco è così grande e attrezzato da dover poggiare in terra il bicchiere con l’acqua, i due microfoni sgomitano. Noi siamo sempre più compressi, Bersani prende la parola per pochi minuti. Giusto il tempo dei ringraziamenti e la promessa del massimo impegno. “Il difficile arriva ora”. Sobrio, semplice e sincero. “C’è profumo di sinistra”.

E’ l’ora di una birretta con i collaboratori più stretti.
Andiamo in un locale in via degli specchi: il all’Open Baladin.

– “Quante birre volete?”
– “Fiumi. Come se piovesse”.

Ora si ragiona. Birra e patatine concludono la serata. Siamo stati raggiunti anche da Zoro. Tra le risate noto l’ultimo dettaglio: su una lavagna nel locale c’è scritto “Dal nonno clandestino”. Festeggiare lì sotto la vittoria sul giovanotto toscano non ha prezzo. Ma non ditelo al “rottamatore”.
A proposito, ao Matte’, famme capi’, ma mo chi se la magna tutta quell’aria fritta?

Ripensandoci bene, è la vittoria di chi amava i Beatles, di chi cantava “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan e “My Generation” degli Who. La generazione di Steve Jobs e Bill Gates. Quella della minigonna, degli angeli di Firenze e dell’uomo sulla luna. Di Roberto Benigni e Steven Spielberg. La generazione di chi ha lottato per i diritti civili, di chi era in prima linea nel sessantotto. Mi sembra non ci si possa lamentare di loro.

Questo racconto è di parte? Si, orco boia, non son mica qui a fare il pifferaio magico.